SABATO 27 GIUGNO 2015, 000:05, IN TERRIS

SMETTO QUANDO VOGLIO, LA GRANDE ILLUSIONE

ANGELO PERFETTI
SMETTO QUANDO VOGLIO, LA GRANDE ILLUSIONE
SMETTO QUANDO VOGLIO, LA GRANDE ILLUSIONE
Tra i “vecchi” biglietti della lotteria, le scommesse sportive, i “Gratta e Vinci” al tabacchino, le slot machine dilaganti in molti esercizi pubblici e i nuovi giochi online la tentazione è ovunque. Si gioca con l’illusione di cambiare vita ma anche per provare un’emozione diversa, regalarsi un’evasione. E in qualche caso la vita cambia davvero, ma in peggio. Il dramma del debito insostenibile, improvvisarsi criminali per recuperare risorse economiche, il tunnel del carcere, a volte il suicidio.

Dai dati a disposizione del Governo italiano risulta che il 45% della popolazione gioca regolarmente. In moltissimi tentano la fortuna, pochi vincono, molti perdono; intere famiglie vengono rovinate. La fotografia è impietosa, eppure risulta ancora sfocata.

Dietro al mondo del gioco c’è una zona d’ombra, tentacolare. D’altra parte il business è appetibile: solo lo Stato guadagna 8 miliardi annui grazie agli incassi relativi ai giochi d’azzardo legali. Poi c’è l’appetito della criminalità a utilizzare il settore come lavaggio per denaro sporco. Ma per la maggior parte dei cittadini il gioco, che di per sé evoca scenari di divertimento e spensieratezza, viene notato solo nel caso di vincite. Invece per uno che vince ce ne sono milioni che pagano le conseguenze di chi precipita nel cosiddetto “gambling” (cioè la dipendenza patologica al pari di un drogato). Non si ha bene la percezione di quanto costi allo Stato, e dunque alla collettività che lo finanzia con le tasse, ma parliamo di cifre ben più grandi degli stessi ricavi.

“Il costo annuo per la cura di un paziente affetto da una dipendenza – affermano studi del Coordinamento tecnico scientifico dell’Osservatorio nazionale sulle dipendenze – tra intervento psicologico, educativo e farmacologico si aggira tra i 4000 e i 6000 euro all’anno. Che schizza a 20.000 euro se necessita di ingresso in comunità di recupero. Costi altissimi, a carico del Servizio sanitario nazionale. Ecco perché ci battiamo molto per la prevenzione, ecco perché cerchiamo l’approccio scientifico alla materia: è l’unica strada per intervenire efficacemente in un settore devastante proprio perché mascherato da ‘gioco’”. Per ora gli introiti superano gli eventuali costi sociali e sanitari da sostenere, ma basta moltiplicare il costo per le proiezioni sul numero medio dei giocatori affetti da ludopatia per arrivare a una spesa sanitaria che va ben oltre il guadagno dello Stato. Il punto è che quei soldi sono cash e raggruppati mentre il costo sanitario ha come terminale i conti pubblici e si spalma più a lungo nel tempo.

Ma come può un gioco d’azzardo di pochi euro provocare tanti danni? Anche qui basta andare oltre la superficie per capire quanto disagio innesca una ludopatia grave. L’attività compulsiva verso l’acquisto di gratta e vinci piuttosto che verso il poker on line, “costringe” il malato a spendere tutto ciò che ha nella speranza/certezza di riconquistare i soldi investiti. Finiti i propri si passa a quelli dei familiari, si mette il lavoro in secondo piano fino a perderlo. Con un aggravio di costi per la collettività che si ritrova improvvisamente con nuovi disoccupati oltre quelli già provocati dalla crisi economica. Non solo, ma per reperire fondi, sempre con la speranza del riscatto, si finisce nelle mani degli usurai che con il vizio del gioco lucrano di riflesso.

Per questo l’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII ha organizzato per oggi a Bologna un convegno dal titolo “Smetto quando voglio”, al quale parteciperanno il Responsabile generale Giovanni Paolo Ramonda, il sottosegretario all’Economia e Finanze Pier Paolo Beretta, il deputato promotore dell’intergruppo parlamentare sul gioco d’azzardo Lorenzo Basso, Matteo Iori (presidente Conagga) e la dott.ssa Maria Grazia Masci, psicologa del Sert di Bologna Ovest. Un modo per affrontare il problema con un occhio al sociale e con uno sguardo di accoglienza.

Ma sull’azzardo ci sono anche tante ipocrisie. Se da un lato si analizzano con sempre maggiore precisione i costi sociali del fenomeno della ludopatia, dall’altra sono sempre più frequenti gli spot web, televisivi e radiofonici che invitano al gioco. Una situazione francamente incomprensibile, e a nulla vale la “foglia di fico” dell’invito a giocare “responsabilmente”: sarebbe come dare la spinta a qualcuno sull’orlo di un precipizio e invitarlo a cadere lentamente: uno schiaffo alla stessa "logica", prima che alla "morale". I messaggi dovrebbero essere mirati verso i casi veramente a rischio – che non sono la maggioranza – risultando così più efficaci e meno soggetti ad interpretazioni errate quanto alla diffusione del problema.
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