Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio

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«Il seme è la parola di Dio» «Semen est verbum Dei»

Sabato 19 – XXIV settimana del tempo ordinario – Lc 8, 4-15

In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano (Is 6,9).

Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza».

Il commento di Massimiliano Zupi

A noi potrebbe sembrare di essere delle piante di vario genere, dotate di un’energia vitale propria. Ed invece siamo solo terra: se essa non viene fecondata da semi, non può produrre nulla. A dispetto del senso di autostima proprio dell’uomo europeo degli ultimi seicento anni, da noi stessi non siamo in grado di trarre nulla!

Tutto quel che di buono possiamo diventare, è solo grazie ai semi che sono stati seminati in noi: alle parole ascoltate, alle persone incontrate e che ci hanno letteralmente formato, dato forma. Non sopravvaluteremo mai abbastanza l’influenza esercitata su di noi dall’esterno. Quali parole ascoltiamo? Quali immagini vediamo? Quali persone frequentiamo? Tutto ci entra dentro e, come seme, germoglia. Così, inevitabilmente, siamo un guazzabuglio di piante diverse.

Ma oltre che terra, possiamo essere anche un po’ giardinieri di noi stessi: decidere quali parole ascoltare maggiormente, a cosa dedicare più energie, e che cosa invece sradicare o lasciare seccare. Poi, piano piano, diventeremo ciò a cui abbiamo concesso più spazio. Ascoltare la Parola di Dio assiduamente (Col 3, 16), custodirla nel cuore (Lc 2,19.51), coltivarla con perseveranza: è questo il semplice segreto per diventare alberi che danno frutti tutti i mesi dell’anno (Ez 47,12; Ap 22,2).

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