Nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena

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«Esci subito» «Exi cito»

Martedì 3 novembre – XXX Settimana del tempo ordinario – Lc 14, 15-24

In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!». Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».

Il commento di Massimiliano Zupi

Come spesso avviene, la parabola è giocata sulla contrapposizione tra due protagonisti. Da una parte, l’umanità intera: sono sia gli invitati che rifiutano di andare alla cena loro offerta, perché troppo occupati nelle loro cose, sia i poveri, gli emarginati, che proprio in virtù della loro condizione sono pronti ad accogliere l’invito. Dall’altra parte, Dio: è il padrone che dà la grande cena. Ora, ci si può soffermare sui primi: sul loro cuore indurito, che è certo anche il nostro; sulla nostra dura cervice (Es 32,9), lenta a volgersi al Signore che ci chiama; sulle preoccupazioni e gli affanni che ci abitano; od ancora: sull’indigenza che ci attanaglia. Oppure possiamo fermare la nostra attenzione sul secondo: su quanto è bello il cuore di Dio!

Come un Padre, la sua attività è preparare un banchetto per fare festa con i suoi figli e gioire della loro compagnia. Fa un primo invito, ma riceve un rifiuto unanime. Egli però non si irrigidisce né si ripiega su di sé: esce una seconda volta e si rivolge a quegli ultimi che proprio per la loro minorità diventeranno i primi. L’invito è accolto; ma ancora una volta, ciò non causa una chiusura su di sé del padrone, un sentirsi soddisfatto. Al contrario, segue un’apertura ancora maggiore: esce una terza volta e la sua chiamata si allarga ulteriormente, affinché arrivi a tutti.

È consolante guardare a questo cuore: che non si scoraggia mai e nulla fa desistere dall’aprirsi e dal donarsi sempre di più. Non sarebbe bello avere un cuore simile? Ora, in effetti, il padrone non porta mai di persona gli inviti; manda sempre il suo servo. Il servo, certo, è innanzitutto Gesù: egli porta l’invito di Dio agli uomini. Prima di lui, servi sono stati tutti i profeti. Ma anche dopo di lui il padrone continua ad inviare i suoi servi: sono i discepoli di Cristo, che annunciano il vangelo.

Anche noi siamo inviati alla medesima missione: invitare tutti gli uomini alla cena del Signore, consapevoli che paradossalmente con ogni probabilità i ricchi declineranno l’invito e proprio i poveri, nella loro miseria, lo accoglieranno. E siamo inviati con il suo stesso cuore: senza scoraggiarci né irrigidirci di fronte al rifiuto, non accontentandoci né ri-piegandoci davanti al successo; al contrario, senza stancarci di uscire e senza cessare di allargare, dilatare ed ampliare il nostro cuore (Sal 119/118,32).

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