“Io e il Padre siamo una cosa sola”

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«Le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me»
«Opĕra, quae facĭo in nomĭne Patris mei, haec testimonĭum perhĭbent de me»

Quarta Settimana di Pasqua – Gv 10,22-30

Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Il commento di Massimiliano Zupi

Perché credere in Gesù? Per le sue opere. La fede non è un affidamento cieco: è fondata su fatti credibili; su di essi va verificata. La fede non è una dottrina: credere in determinati articoli; non è nemmeno una morale: comportarsi in un certo modo; è piuttosto una relazione d’amore con Gesù. Come per ogni rapporto d’amore, nella misura in cui è vivo, i suoi frutti sono la gioia, la pace, la vitalità. Ora, se nel corpo c’è qualcosa che non funziona, ce ne accorgiamo dai sintomi: dolori, febbre, fiacchezza. Così accade anche nella vita spirituale: se c’è tristezza e non gioia, se le ginocchia sono vacillanti e non robuste (Is 35,3), c’è qualcosa che non va. L’incontro con Gesù è terapeutico; è promessa di guarigione dalle nostre infermità: promessa di far camminare noi, paralitici (Gv 5,8), di far vedere noi, ciechi (Gv 9,7), di farci alzare in piedi e servire, noi che siamo immobilizzati a letto con la febbre (Mc 1,31), e così via. Tutti i miracoli che sono raccontati nei Vangeli, sono quelli che devono realizzarsi nella nostra vita. La vita dietro a Gesù è un esodo permanente: un cammino di liberazione dai propri idoli e schiavitù, dai propri scheletri ed ombre, dalle proprie miopie e durezze di cuore. Il cammino, certo, dura quarant’anni (Nm 14,33): l’intera esistenza. E si ha sempre l’impressione di essere dei principianti: di stare solo all’inizio. Tuttavia si tratta di camminare, di cambiare: progressivamente, ma pur sempre di crescere in gioia e libertà. E se questo non avviene? Se la vita spirituale ristagna, senza progressi? Vuol dire che si sta sbagliando qualcosa: non ci si nutre abbastanza della Parola di Dio, non si prega abbastanza, non si è concentrati innanzitutto ad amare; in una parola: non si è sufficientemente concentrati in Gesù, nella relazione d’amore con lui. Al contrario, spendiamo il nostro tempo e i nostri soldi per altri medici (Mc 5, 26): per idoli che inevitabilmente ci fanno diventare come loro, senza vita (Sal 135/134,16-18). Avere fede significa non conformarsi ai desideri del mondo (1 Pt 1,14), che pure sembrano ovvi, perché di tutti: i desideri di crescere in ricchezze, prestigio sociale e potere. Significa piuttosto sentire la bellezza delle beatitudini vissute e proclamate da Gesù: la bellezza del farsi servi (Gv 13, 17), del prediligere l’ultimo posto (Lc 14,10), dello svuotarsi (Fil 2, 6-11). La vita allora è sempre più orientata alla vita eterna e alla confidenza ed unione con il Padre: e l’esistenza diventa l’esperienza meravigliosa di verificare in sé stessi le opere compiute da Gesù anche per noi.

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