Giovanni, testimone che ha fatto esperienza di Dio

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«Egli venne come testimone / per dare testimonianza alla luce / perché tutti credessero per mezzo di lui» «Hic venit in testimonĭum, ut testimonĭum perhibēret de lumĭne, ut omnes credĕrent per illum»

Domenica 13 dicembre – III settimana di Avvento – Gv 1,6-8.19-28

Il commento di Massimiliano Zupi

La Parola che era fin dal principio, la Parola che era presso Dio, la Parola per mezzo della quale tutto è stato creato, la Parola che è vita e luce, la Parola che è Dio stesso (Gv 1,1-4): questa Parola ha bisogno di una voce per essere annunciata, di una voce che le dia fiato e corpo; ha bisogno di un testimone (Gv 1,7): di Giovanni, e di ognuno di noi dopo di lui.

Testimone è termine che originariamente atteneva all’ambito forense: è colui che può dire, perché ha visto con i propri occhi; sulla sua parola viene accertata la verità di un fatto. Qui però, in ambito religioso, più specificamente nei Vangeli, la pregnanza semantica del vocabolo si dilata: perché la verità che deve essere testimoniata non è quella di un evento qualunque, bensì la rivelazione stessa di Dio.

Giovanni, come ogni apostolo dopo di lui, è testimone perché ha fatto esperienza di Dio: è stato toccato dalla sua Parola, illuminato dalla sua luce (1 Gv 1,1); un roveto ardente si è acceso dentro di lui: fiamma che brucia e non si consuma (Es 3,2). La sua carne è ormai animata da quell’incontro: è voce di una Parola che lo abita, che si è fatta carne in lui. La sua voce è testimonianza: voce che annuncia la Parola che lo inabita, perché continui a toccare altre anime e a farsi carne in loro, in una catena che è traditĭo lampădis, trasmissione della luce, di Natale in Natale.

 

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