Venticinque anni senza Ago, campione dimeticato

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:54

Una data maledetta, quella del 30 maggio, intrisa di dolore e rabbia per tutti i tifosi romanisti. Oggi, esattamente 25 anni fa, ci lasciava Agostino Di Bartolomei, campione e capitano, uomo simbolo di una Roma che sempre il 30 maggio, ma di qualche anno prima (1984), aveva accarezzato il sogno di portare a casa la Coppa dei Campioni, nel suo stadio, l’Olimpico, davanti alla sua gente. “Si sono tutti dimenticati di me, tutti, anche quelli che credevo amici. Soprattutto loro”, le parole accorate rimaste nel vuote, di Agostino Di Bartolomei. E’ la storia tristissima di uno degli uomini più amati dalla tifoseria giallorossa che un giorno gli dedicò uno striscione: “Ti hanno tolto la Roma, ma non la tua curva”. E’ la storia di un nostalgico del calcio, di un ragazzo serio, dalla faccia pulita, senza barriere divistiche, riservato. Anche troppo. La voce mai alzata, in segno di rispetto, quel rispetto che in troppi gli hanno mancato. Dieci anni dopo la finale dell’Olimpico contro il Liverpool di Souness e Globbelaar che in quella notte strozzò in gola l’urlo che avrebbe dovuto squarciare il cielo di Roma. Quel portiere clown, parò due rigori e infranse maledettamente un sogno in una notte che sembra fatta apposta per fare festa.

Entrato di prepotenza nel cuore della gente

Ago, un capitano vero, al quale il maestro Piero Mirigliano dedicò una canzone struggente, con quel finale maledettamente cupo: “nessuno riuscì a fare la parte del pagliaccio e a disarmargli il braccio”. Un colpo secco, al cuore a 39 anni. Una vita dedicata al pallone di cui è stato un grandissimo artista. Regista d’altri tempi, giocò sempre per la maglia giallorossa, con la parentesi rossonera al Milan dove seguì il suo maestro Nils Liedholm perché l’altro svedese che intanto si era accasato alla Roma, Sven Goran Eriksson, non lo vedeva nel suo tema tattico. Una mattina di maggio, il 30, nella sua casa alla Marina a Castellabate, dove si era rifugiato con i figli e la moglie Marisa. Una Smith&Wesson calibro 38 in mano. I pensieri che da tempo facevano capolino nella sua mente, quella di un uomo che d’improvviso si è sentito lasciato solo. Il calcio, il suo mondo, lo aveva maledettamente abbandonato. E quel 30 maggio di 25 anni fa, decise di andarsene con un colpo mortale che ha spento inesorabilmente la sua vita. Solo poco dopo, fu trovato un biglietto in cui c’era scritto “mi sento chiuso in un buco”, quasi a puntare il dito contro chi, frettolosamene, si era dimenticato di lui, abbandonandolo troppo in fretta. Il suo carattere schivo e refrattario, non aveva retto a quell’onta, al sentirsi abbandonato anche da chi, amici compresi, ne avevano tessuto lodi per poi abbandonarlo ad un destino crudele. Lui, Agostino, è entrato di prepotenza nel cuore della gente, non solo quella romanista. Dotato di una grande visione di gioco e di un raffinato tocco, esaltò in maniera determinante anche la storia giallorossa di Liedholm. Vedeva in anticipo le mosse avversarie e li anticipava tutti. Dotato di un tiro al fulmicotone, specializzato nel piazzati dal limite, dove il suo destro faceva esplodere una potenza inaudita tale da perforare qualsiasi difesa. Aveva imparato a sfruttare le sue potenzialità, facendone un dogma. Comandava la difesa come pochi altri quando in alcune circostanze fu impiegato da centrale difensivo, oltre che da mediano. Un calciatore completo, una forza della natura, ma soprattutto un gran bravo ragazzo, semplice, umile, di poche parole, che amava l’essere e non l’apparire. Tradito da molti, soprattutto da chi riteneva amici. Una sofferenza che non è riuscito a gestire, fino a quella mattina di maggio di venticinque anni fa, quando decise di farla finita. Un fardello troppo pesante da portare sulle spalle, perché successo, fama e soldi non bastavano davanti all’orgoglio di un ragazzo che voleva ancora sentirsi parte integrante della sua vita. Che era il calcio. Una linea spezzata. Così decise di salutare tutti, lasciando Roma, la sua Roma nello sgomento più totale. Una sconfitta ancor più difficile da digerire di quella finale di dieci anni prima. Perché stavolta hanno perso i sentimenti. Ciao Ago.

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