VENERDÌ 28 GIUGNO 2019, 20:20, IN TERRIS

MONDIALI

Italdonne: se il calcio non è (solo) roba per uomini

Enfasi mediatica e di tifo per la Nazionale femminile: un sistema calcistico che cresce e che, ora, chiede attenzione

MASSIMO CICCOGNANI
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La nazionale femminile esulta dopo la vittoria sulla Cina
La nazionale femminile esulta dopo la vittoria sulla Cina
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entusiasmo, si sa, è figlio legittimo dei risultati ed è contagioso. E allora tutti a tifare Italia, quella femminile, partita per il mondiale di Francia tra lo scetticismo di molti, gli stessi che sono saliti sul carro dei vincitore dopo l’approdo ai quarti di finale. Per poi scendere alla prima fermata qualora, non ce lo auguriamo - ma può succedere - l’Italia vada fuori dalla massima competizione iridata. Sciocchezze e paradossi, perché il calcio è roba da uomini mica per signorine. E’ un’altra forma di razzismo e sessismo da abbattere perché nella vita, meglio nascere fortunati che ricchi. Il mondo di oggi è anche e soprattutto donna, in tutti i campi. Professioniste esemplari ai vertici di multinazionali dove non si guarda colore della pelle, etnia e soprattutto sesso. Più o meno va così anche nello sport. Nessuno si indigna anzi, il contrario, nel vedere la nazionale di pallanuoto e pallavolo sul tetto del mondo, tutti in piedi quando Tania Cagnotto fa sventolare il tricolore e risuonare l’inno di Mameli in ogni parte del mondo. Ma tutti pronti a fare i santoni del nulla quando scende in campo la nazionale femminile di calcio. Semplicemente perché il calcio è roba da maschi. Qualcuno storce il naso nel vedere persino una donna guardalinee in una partita di calcio dilettantistico maschile e su una emittente del sud Italia un maldestro cronista vomita livore e rabbia.


Bertolini: "Lo sviluppo non dipende dal risultato"

Lo stesso livore di qualche ex calciatore (Collovati) che non ritiene una donna in grado di parlare di calcio e tattica. Quella spetta agli uomini. Ne sa qualcosa Milena Bertolini, coach della nazionale di calcio che tanto stiamo imparando ad amare in questi giorni. “Il pensiero dell’italiano medio è che quando una donna entra nel tessuto connettivo del calcio, non va bene, sono donne strane, perché nel mondo del calcio non ci debbono entrare. Ma io sono ottimista. A Torino ho visto 40 mila persone per Juve-Fiorentina, a Madrid 70 mila per Atletico-Barcellona, ma lì sono partiti prima di noi e hanno una cultura diversa. La contrapposizione uomo-donna viene amplificata solo nel calcio, mica negli altri sport dove pure le donne ottengono ottimi risultati e mi piacerebbe che in un prossimo futuro non esistesse più. Noi dopo venti anni siamo andati al mondiale e la maschile no. Questo dispiace perché ne ha perso il movimento, ma l’attenzione mediatica che c’è oggi su di noi ce la prendiamo perché ce la siamo meritata. In Spagna sono più avanti ma loro hanno cominciato ad investire nel 2010, noi solo nel 2016. In fondo il calcio è quello, non è diverso dall’universo maschile a quello femminile. Le regole sono le stesse, da noi magari si può vedere di più l’eleganza, l’armonia, la coordinazione che sono caratteristiche femminili, ma per il resto è lo stesso calcio e non voglio sentir dire che il calcio femminile è un altro sport. Quando gioca la nazionale femminile di pallavolo nessuno si permette di fare raffronti con la maschile. Noi dobbiamo andare oltre, siamo orgogliose di giocare questo mondiale, ma il nostro sviluppo non dipende dal risultato. Quello sarebbe un alibi. Certo, il risultato aiuta, ma noi, grazie anche alla federazione che sta investendo molto, dobbiamo crescere sotto questo aspetto, riconoscere alle nostre ragazze lo status professionistico, far crescere il movimento in tante aree dove sicuramente ci sono talenti inespressi. Dobbiamo aumentare i numeri e dare la possibilità a tutte le bambine di fare calcio in un certo modo, senza pregiudizi. Bisogna dare alle bambine le stesse opportunità dei bambini”. Parole chiare di chi l’esperienza l’ha fatta sulla propria pelle e che adesso chiede un impegno, anche politico, per alimentare e far crescere il movimento.


Lo sport è per chi lo ama

Le difficoltà del calcio femminile sono tangibili. Dalle due squadre triestine del dopoguerra all’associazione nata nel ’58 che nonostante vide la nascita di Roma e Lazio fallì in un battito di ciglia. Bisogna arrivare al ’68 alla nascita della Federazione Italiana Gioco Calcio Femminile, il primo campionato chiuso con la vittoria del Genova e della Roma l’anno successivo. Il calcio femminile prese piede nelle grandi città, ma divulgarlo non fu facile. Servivano figure importanti, come Carolina Morace che negli anni ’80 diede un impulso importante allo sviluppo del movimento e fu la stessa Carolina, la prima donna a sedere su una panchina maschile, quella della Viterbese ai tempi di Luciano Gaucci. Un esperimento finito male, nonostante i buoni risultati ottenuti, sempre per quel retaggio che l’uomo si porta dietro nel confronti della donna nel calcio. In Italia il calcio femminile arriva con un ritardo decennale rispetto ad altri paesi. Nel ’91 l’Italia partecipa al mondiale vinto dagli Stati Uniti, con una cornice di circa 700mila spettatori. In Italia la fatica è tanta e solo in questi ultimi anni, a partire dal 2016, inizia l’anno zero. I grandi club scoprono il calcio femminile, esplodono Juve, Fiorentina, Roma ed inizia un percorso di credibilità che porta 40mila persone allo Stadium per la finale scudetto tra Juve e Fiorentina. Ma siamo solo all’inizio di un percorso. Milena Bertolini, attuale ct azzurro, ha un palmares invidiabile e sa bene come si combatte l’ostracismo e il sessismo di una buona fetta di italiani. Il passaggio dai Dilettanti alla Figc, un altro tassello per guardare con nuovo ottimismo al futuro dopo le pessime figure di Carlo Tavecchio (ex presidente Figc) e Felice Bellolli (ex presidente della Lega Dilettanti). Sessismo e razzismo, due elementi da combattere, al pari delle volgarità sulla capitana Sara Zama, triestina di  nascita con mamma italiana e papà congolese, non accettata causa la sua pelle scura. Lo stesso razzismo che non è da meno in campo maschile, ma qui è questione di cultura. Cambierà. Ci penseranno le nostre splendide valchirie a far decollare il movimento. Domani c’è l’Olanda ai quarti, avversario scomodo, campione d’Europa, squadra fortissima, ma l’Italia vuole continuare a sognare. Ma indipendente da come finirà, il loro mondiale lo hanno già vinto, con lo share, tenendo gli italiani incollati alla tv, ad impazzire per trionfi mai annunciati che ci hanno fatto battere il cuore. Non lo dimentichiamo domani. Perché il calcio è di chi lo ama. Maschile o femminile, non cambia. E’ sempre lo sport più bello del mondo.

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