Addio a Radice, la guida dell'ultimo Toro tricolore

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:17

Tanti successi con Milan e Torino, ma anche un anno di passione e affetto con la Roma. E poi Bologna, Fiorentina, Inter: il mondo del calcio si ritrova a piangere la scomparsa di Luigi Radice e, con lui, quella di un'epoca calcistica che segnò il delicato passaggio dai fasti degli anni 80 alla modernità. Quasi ogni piazza da lui attraversata lo ricorda con affetto e, nonostante la sua carriera da calciatore sia stata legata a quella del Milan, fu l'unico tecnico capace di conquistare uno scudetto con il Torino dopo la tragedia di Superga, guadagnandosi un posto indelebile nei ricordi nella tifoseria granata. L'impresa riuscì a compierla nel 1975-76, quando al Toro militavano stelle di prima grandezza come Ciccio Graziani, Paolo Pulici, Claudio e Patrizio Sala, oltre al portiere Luciano Castellini. Una macchina che Radice riuscì ad assemblare in modo armonioso, affidandosi ai gol dei gemelli del gol (Pulici e Graziani) e riuscendo a tenere i granata nelle zone alte della classifica anche nelle stagioni seguenti, forse le ultime davvero gloriose per il Toro.

L'annata alla Roma

Non fu altrettanto fortunata la sua parentesi sulla panchina del Milan, durata nemmeno un anno nella stagione 1981-82, culminata con una retrocessione che nemmeno l'avvicendamento alla guida della squadra con Galbati riuscì a evitare. Decisamente migliore, sia pure avara di successi rilevanti, l'annata alla Roma nel 1989-90, conclusa al sesto posto e dopo un solo anno, tuttavia rimasto impresso nella memoria dei tifosi giallorossi che riversarono tutto il loro affetto in una squadra operaia che Radice ebbe il merito di far rendere al massimo delle sue possibilità, preparando il terreno per l'exploit Coppa Italia-finale di Coppa Uefa che la Roma avrebbe raggiunto nella stagione seguente con Ottavio Bianchi.

Assieme alla società giallorossa, sono giunti i messaggi di cordoglio da tutto il mondo del calcio italiano, concorde nel riconoscere i meriti di un tecnico silenzioso ma tenace, capace di guadagnarsi con il lavoro e l'abnegazione un posto d'onore nella storia del nostro sport.

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