Svidercoschi a Interris.it: “La spiritualità di Wojtyla nel segno della Trinità”

Intervista a Interris.it del decano dei vaticanisti, amico e collaboratore di San Giovanni Paolo II sulla spiritualità del pontificato che ha cambiato la storia del Novecento

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:00

“Una vita interiore nel segno della Trinità, una spiritualità autenticamente evangelica”. Così a Interris.it il decano dei vaticanisti Gianfranco Svidercoschi, amico e collaboratore di San Giovanni Paolo II, sintetizza la spiritualità del pontificato che ha cambiato la storia del Novecento. “L’eredità più complessa, più discussa, ma anche oggettivamente più grandiosa, che Giovanni Paolo II ci ha donato è un progetto di Chiesa che lui stesso ha vissuto personalmente e realizzato- spiega Svidercoschi-. Per prima cosa, nessuno potrà certo negare che la Chiesa lasciata da papa Wojtyla (pur nella assoluta continuità con i suoi predecessori) appaia molto diversa e comunque molto cambiata, fortemente cambiata, rispetto a quella che il 16 ottobre del 1978 gli era stata affidata”. E infatti, Giovanni Paolo II ha traghettato il cattolicesimo “da una ancora complessa crisi postconciliare, a una nuova evangelizzazione, a una più incisiva presenza nella storia, e a una proiezione universale mai prima conosciuta. Plasmando così un’immagine di Chiesa profondamente rinnovata, sia nella linea di un progressivo sviluppo delle indicazioni del Concilio Vaticano II, sia in risposta alle nuove esigenze emerse dalla comunità cattolica e, più in generale, dall’umanità“.

Spiritualità e impegno

“Fin dai tempi di Cracovia, Karol Wojtyla aveva maturato una sua visione di Chiesa– evidenzia Svidercoschi-. Una ecclesiologia decisamente cristocentrica. Dalla quale poi lui faceva discendere la sua concezione dell’uomo, la centralità della persona umana. Diventato Papa, questa visione rispuntò nelle prime tre encicliche, il trittico trinitario, che caratterizzò la stessa preparazione del Giubileo del 2000. La Trinità, dunque, come chiave interpretativa per comprendere la fede, lo specifico dell’essere cristiano. Ma che rappresenta anche la realtà della Chiesa, la sua natura, la sua
missione. Un insieme di unità e molteplicità, di identità e diversità.
Come dire, anche una maggiore diversità nell’essere Chiesa”.

La “nuova” Chiesa

Svidercoschi indica i tratti essenziali della “Chiesa secondo Wojtyla”. Per cominciare, “una Chiesa riconciliata, che ha fatto i conti con
se stessa, con il suo passato, con le colpe che ne gravavano la storia,
ne offuscavano il volto“. E, questo, grazie soprattutto alla “grande
esperienza del Giubileo, che le ha permesso di varcare la soglia del
terzo millennio pentita e purificata“. Per Svidercoschi “una Chiesa più spirituale, più evangelica, più biblica, perché centrata sul primato della parola di Dio“. E, quindi, “della vita interiore, della santità: una santità finalmente ‘aperta’ a tutti, e non più monopolio di alcune categorie, di alcuni gruppi. Una Chiesa che non è più una monarchia assoluta, come poteva apparire fino a qualche tempo fa. Meno burocratica, e, in prospettiva, più sinodale, come nell’Oriente. Una Chiesa meno clericale e, invece, con un maggiore spazio per i cristiani laici, e in particolar modo (malgrado la misoginia ancora così diffusa tra i chierici) per il ‘genio’ femminile”.

Vita interiore

Sostiene Svidercoschi: “Wojtyla concepiva una Chiesa non più dominata, rispetto a un tempo, dal moralismo. E intanto (specialmente dopo la straordinaria catechesi di Wojtyla sulla teologia del corpo) cominciava a delinearsi una nuova proposta morale. Non più caricata di divieti, di cose da non fare, ma fondata sul disegno di salvezza di Dio Padre. un Padre esigente ma anche misericordioso. Una proposta tendente alla maturazione della coscienza del credente. Una Chiesa non solo realmente mondiale, ma espressione di una felice sintesi tra universalità e inculturazione”.

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