Santa Gianna Beretta Molla, l’estremo sacrificio in nome della vita

La storia e la testimonianza di una donna che fece "il santo proposito di fare tutto per Gesù"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 1:48

Nell’emergenza coronavirus di questo periodo, dinanzi a persone che stanno lottando per sopravvivere o per aiutare gli altri, abbiamo l’opportunità di lasciarci edificare da coloro che, vivendo con gioia e impegno il loro cammino cristiano, sono stati proclamati santi dalla Chiesa. Oggi facciamo memoria di una donna, una madre che ha avuto il coraggio di donarsi a Dio e ai fratelli fino all’estremo sacrificio. È Gianna Beretta Molla nata a Magenta nel 1922 e canonizzata da Papa Giovanni Paolo II nel 2004. Molti la ricordano per il suo esempio eccezionale, ossia perché nel secondo mese di gravidanza, colpita da un fibroma all’utero, decide di portare avanti la gravidanza e di salvare il feto che portava in grembo; poco dopo il parto, dopo aver dato alla luce una bambina sanissima, peggiora e in pochi giorni sale in cielo. Ma è l’intera esistenza di Gianna Beretta Molla, e non solo il suo ultimo anno di vita terrena, a essere costellata di autentiche “pillole di santità”. Fin dalla piccola, infatti, immersa in un’atmosfera familiare di grande fede e amore per il Signore, riceve la Prima Comunione a soli cinque anni e mezzo e da quel giorno si reca con la mamma tutte le mattine alla Messa. L’Eucaristia diviene “il suo cibo indispensabile di ogni giorno”, sostegno e luce della sua fanciullezza, adolescenza e giovinezza.

Sperimenta, come noi in questi giorni, la tragedia e i rischi di una grave epidemia, l’influenza “spagnola”, che causa la morte di tre dei suoi fratelli. Patisce anche il dramma della seconda guerra mondiale, dovendosi spostare con la famiglia d’origine da città in città per diverse volte, e piange presto la perdita di entrambi i genitori. Nonostante le prove, da alcuni suoi scritti, emerge la sua fede incrollabile: “Faccio il santo proposito di fare tutto per Gesù. Ogni mia opera, ogni mio dispiacere, li offro tutti a Gesù”. Decide di frequentare la facoltà di medicina e chirurgia, prima a Milano e poi a Pavia, e si laurea nel 1949; tre anni dopo si specializza in pediatria.

La professione per lei è una missione, come ci ricorda in queste poche righe: “Tutti nel mondo lavoriamo in qualche modo a servizio degli uomini. Noi direttamente lavoriamo sull’uomo. Il nostro oggetto di scienza e lavoro è l’uomo che dinanzi a noi ci dice di se stesso, e ci dice ‘aiutami’ e aspetta da noi la pienezza della sua esistenza. Noi abbiamo delle occasioni che il sacerdote non ha. La nostra missione non è finita quando le medicine più non servono. C’è l’anima da portare a Dio e la nostra parola avrebbe autorità. Questi medici cattolici, quanto sono necessari!”.

I “prediletti”, tra i suoi assistiti, sono poveri, mamme, bambini e vecchi. Riesce a coniugare, con equilibrio e carità, la sua professione e le responsabilità di moglie (si sposa con l’ingegnere Pietro Molla nel 1955) e di madre (ha 3 figli oltre a Gianna Emanuela, la bambina nata dal suo sacrificio). Continua a curare tutti, specialmente le persone anziane e abbandonate. “Chi tocca il corpo di un paziente – affermava – tocca il corpo di Cristo”.

Nel 1961 resta incinta del quarto figlio e scopre di aver sviluppato un fibroma all’utero, considerato un tumore benigno. Prima dell’intervento operatorio di asportazione del fibroma, pur rimanendo consapevole dei rischi e dei danni che sarebbero potuti insorgere durante la gravidanza, chiede al chirurgo di proteggere l’embrione, anche a scapito della sua vita, affidandosi alla preghiera e alla Provvidenza. Alcuni giorni prima del parto è ferma nel suo proposito di salvare la sua creatura: “Se dovete decidere fra me e il bimbo, nessuna esitazione: scegliete – e lo esigo – il bimbo. Salvate lui”. Il 21 aprile 1962, presso l’Ospedale di Monza, partorisce Gianna Emanuela ma, a qualche ora dal parto, le condizioni generali della madre si aggravano fino alla morte, sopraggiunta appena sette giorni dopo.

Alla sua canonizzazione, cui assiste anche il marito – caso unico nella storia della Chiesa – Giovanni Paolo II ricorda come Santa Gianna, sul modello di Cristo, “avendo amato i suoi… li amò sino alla fine”: “Il sacrificio estremo che suggellò la sua vita testimonia come solo chi ha il coraggio di donarsi totalmente a Dio e ai fratelli realizzi se stesso. Possa la nostra epoca riscoprire, attraverso l’esempio di Gianna Beretta Molla, la bellezza pura, casta e feconda dell’amore coniugale, vissuto come risposta alla chiamata divina!”. La solidarietà e l’amore gratuito sono tra i punti più autentici e al contempo scomodi del Cristianesimo perché si basano su di un’antropologia che guarda al concetto di persona – da preservare dal concepimento fino alla morte naturale – contrapposto all’individualismo esasperato che vorrebbe imporsi a livello planetario.

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