Quando San Michele Arcangelo salvò Roma dalla peste

ULTIMO AGGIORNAMENTO 17:07

San Michele Arcangelo è la figura angelica che nel corso dei secoli è apparsa più frequentemente agli uomini, soprattutto in occasioni particolarmente drammatiche che richiedevano la sua potente intercessione.

Sappiamo infatti che  Michele, dall’ebraico Mica’el  “Chi come Dio?”, è in prima linea nella lotta contro gli attacchi del demonio che si manifestano sotto le forme più diverse, è a difesa dei diritti dell’Eterno ed è il capo delle Schiere Celesti. Egli, davanti alla rivolta di Satana, angelo ribelle, combatté senza paura per sconfiggerlo insieme ai suoi seguaci, che credevano di essere all’altezza del Signore. E’ in perenne lotta contro il fratello decaduto, ma secondo la Chiesa la vera battaglia si avrà alla fine dei tempi, nei giorni dell’ Apocalisse.

Dal libro di Daniele (12,1): “Or in quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo, in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro”.

La città di Roma è particolarmente devota all’Arcangelo Michele per il suo intervento miracoloso verificatosi in occasione della tremenda epidemia di peste che aveva colpito e decimato  la città nel 590 d.C. Nel mese di novembre del 589 il fiume Tevere aveva straripato inondando le campagne dell’Agro Romano e della città, portando con sé carcasse di animali morti e di cadaveri che appestarono l’aria e contribuirono a diffondere il contagio.

Questa terribile epidemia, infatti, aveva già colpito l’Oriente per poi spostarsi in Occidente, seminando morte e terrore anche in Italia ed in modo particolare nella città di Roma. I romani attribuirono questa sciagura abbattutasi sulla loro città al loro stile di vita peccaminoso ed alla corruzione che dilagava in tutti i settori della vita pubblica.

La prima vittima fu papa Gelasio che morì il 5 febbraio del 590  e venne sepolto in San Pietro. Il suo successore, papa Gregorio Magno, intimamente convinto che per arrestare questo flagello non fossero sufficienti i mezzi a disposizione dell’uomo, si rivolse a Dio, esortando nel contempo il popolo romano a pentirsi dei proprio peccati implorando la clemenza del Signore.

Dopo essere stato consacrato il 3 ottobre 590, il nuovo Papa affrontò subito il flagello della peste. Gregorio di Tours, che fu contemporaneo e cronista di quegli eventi, racconta che in un memorabile sermone pronunciato nella chiesa di Santa Sabina, Gregorio invitò i romani a seguire, contriti e penitenti, l’esempio degli abitanti di Ninive: «Guardatevi intorno: ecco la spada dell’ira di Dio brandita sopra l’intero popolo. La morte improvvisa ci strappa dal mondo, senza quasi darci un minuto di tempo. In questo stesso momento, oh quanti son presi dal male, qui intorno a noi, senza neppure potere pensare alla penitenza».

Il Papa invitò i romani a convertirsi ed a condurre una vita libera dai vizi e dal peccato, ammonendoli che Dio permette certi castighi con il fine di correggere i suoi figli. Per placare l’ira divina invitò i fedeli a fare una processione chiamata “litania settiforme” perché l’intera popolazione romana venne divisa in sette cortei, che partirono dalle varie Chiese di Roma e si diressero verso San Pietro. I fedeli l’accompagnavano scalzi e con il capo cosparso di cenere,  cantando le litanie.

Questo diede origine alle cosiddette litanie maggiori della Chiesa, o rogazioni, con le quali preghiamo Dio di difenderci dalle avversità. La pestilenza era talmente violenta che durante la stessa processione centinaia di persone caddero a terra morte. Ma il papa non si arrese, continuò ad esortare il suo popolo a continuare a pregare e volle che fosse portata in processione l’icona bizantina della Vergine Maria conservata in Santa Maria Maggiore, che si dice fosse stata dipinta dall’evangelista Luca.

A questa icona è particolarmente devoto tutto il popolo di Roma: lo stesso Papa Francesco, il giorno della sua elezione al soglio pontificio, si recò a ringraziare pregando dinanzi l’immagine prodigiosa della Salus Populi Romani nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Man mano che la sacra immagine avanzava, l’aria si purificava ed i miasmi della peste si dissolvevano. Giunti al ponte che unisce Roma al Mausoleo di Adriano, conosciuto oggi come Castel Sant’Angelo, si udì un coro di angeli che cantavano: “Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quem meruisti portare Alleluia – Resurrexit sicut dixit Alleluja!” ed il papa rispose :”Ora pro nobis Deo, Alleluja!”. Così nacque il Regina Coeli.

Dopo il canto, gli angeli si disposero in cerchio intorno all’icona della Madonna e papa Gregorio, alzando gli occhi, vide sulla sommità del castello l’Arcangelo San Michele che, dopo aver asciugato la spada che grondava sangue, la riponeva nel fodero, in segno di cessato pericolo. Il papa capì che la peste era stata sconfitta, e così fu!

La Mole Adriana fu da allora chiamata Castel Sant’Angelo. Gregorio Magno, in memoria di quell’evento prodigioso di cui era stato testimone, ed in segno di perenne devozione, cambiò il nome del ponte in Ponte Sant’Angelo ed ordinò che fosse eretta una statua raffigurante San Michele. La prima fu realizzata in legno ma successivamente fu sostituita con quella di bronzo che ancora oggi svetta maestosa sulla sommità del Castello, a memoria del miracolo che salvò  la città dei Papi.

Ancora oggi nel Museo Capitolino si conserva una pietra circolare contenente un’impronta che si dice fosse stata lasciata dall’Arcangelo quando si fermò per rinfoderare la spada annunciando la fine della pestilenza. Anche il Cardinale Cesare Baronio, uno dei più grandi storici della Chiesa, confermò l’apparizione dell’Arcangelo San Michele sulla sommità del castello. E’ stato notato che l’Arcangelo aveva sguainato la spada per punire il popolo dei peccati di cui si era macchiato, gli angeli infatti sono gli esecutori degli ordini divini: pensiamo a quello che accadde a Fatima ai tre pastorelli.

Essi videro un angelo che brandiva una spada di fuoco nella mano sinistra che, scintillando, emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero. Ma queste fiamme si spegnevano al contatto dello splendore che la Vergine Maria emanava dalla sua mano destra verso di lui. L’angelo indicando con la mano destra la terra disse con voce forte: “Penitenza, penitenza, penitenza”!

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