Guarire nella relazione

ULTIMO AGGIORNAMENTO 2:26

Ti senti solo perché non sei come appari”. È una frase del cantante Niccolò Moriconi, in arte Ultimo. Ascoltarla ha suscitato in me alcune domande, facendomi ripensare a quel libro (Avere o Essere?) che Erich Fromm scrisse per esaminare il rapporto tra la volontà di possesso dell’umano – il quale, alla luce di ciò che possiede, legge ed interpreta se stesso – e ciò che veramente, essenzialmente, l’umano è: ciò che egli mostra all’esterno è ciò che è oppure ne è una copertura o una maschera del tutto slegata? Davvero la solitudine – e tutto ciò che ad essa può essere collegata qualora venga imposta dall’esterno, come la tristezza, la malinconia, la depressione – deriva da queste maschere? Quale rapporto esiste tra l’essere ed il fare – il quale spesso viene identificato come una maschera? Le nostre azioni determinano ciò che siamo oppure ciò che siamo determina le nostre azioni? Al di là delle eventuali risposte, è possibile vedere come, all’interno di tale domande, la dimensione antropologica e quella morale si intrecciano l’una con l’altra: fornire infatti una risposta a ciò che l’umano è – o potrebbe essere – implica di conseguenza una ricaduta sul lato pratico, sul lato etico. Come scrive papa Francesco: da un’antropologia – ovvero da una definizione dell’umano – nasce un’etica, una cultura, una ecologia dell’essere umano. Quindi, se si parte da una antropologia malsana, anche tutto il resto risulterà malsano, sebbene possa apparire teoricamente giustificato in quanto applicato in nome del benessere dell’umano. Da una certa lettura ontologica del mondo, nasce conseguentemente un orientamento etico. Giusto per fare un esempio: come scrive magistralmente Daniel Goldhagen nel suo I volonterosi carnefici di Hitler, durante il periodo nazista il concepire in Germania una persona – in questo caso, ebrea – come untermensch (sub-umano, appartenente ad una categoria inferiore rispetto all’umanità) legittimava e giustificava moralmente una serie di azioni nei suoi confronti che, altrimenti, non sarebbero state moralmente accettate. Insultare o picchiare un ebreo era legittimo; insultare o picchiare un tedesco no. Da una concezione ontologico-descrittivo-antropologica è quindi immediatamente possibile sfociare all’interno del piano morale.

Già molti pensatori contemporanei e non hanno descritto la condizione dell’essere umano nella società attuale. Risulterebbe di conseguenza ridondante sottolinearla ancora, sebbene l’umano oggi appaia, in effetti, sempre più solo, ferito, ansioso, inquieto, stressato, stanco e sfibrato, particolarmente triste ed irrequieto. La causa è da ricercarsi il quella malsana antropologia che, invece di liberarlo – pur promettendogli la libertà – lo porta ad un progressivo mascheramento di sé? E, di conseguenza, alla solitudine, alla ferita, alla fragilità? “Vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi”: Papa Francesco, nel pensare una soluzione a questo problema, parla di una ecologia dell’essere umano richiamandosi a quel deserto già descritto da papa Benedetto XVI. E tale ecologia è possibile solo attraverso una relazione vera, piena, generativa. Essa nasce grazie alla chiamata di un simile nei confronti di un altro simile: l’umano infatti chiama l’umano, così come l’umano risponde attivamente all’umano che lo chiama generando una dimensione relazionale in cui non può esserci spazio per una volontà di dominio o per una volontà di prevaricazione del pensiero altrui; qui, non può sussistere una continua Volontà di Potenza, bensì, nel tempo, ci si mostra semplicemente come si è e, così come si è, ci si apre, ci si guarda e, nell’intimità modellata dalle parole, ci si cerca per infine trovarsi e carezzarsi. L’Altro così incontrato diviene allora occasione per riscoprire quell’umanità che, forse in parte complici anche gli strumenti digitali – i quali continuano ad essere fonte di molte discussioni: c’è chi avverte dei pericoli nei quali possono incorrere le persone che ne fanno un utilizzo incontrollato e c’è chi, invece, tende a rimarcarne gli aspetti positivi –, tendiamo sempre più a svilire e a negare.

Questo è il tempo dei paradossi: si parla spesso della necessità del dialogo e della solidarietà, ma si sta perdendo la capacità di comunicare in maniera profonda e di sentirsi vicini, uniti, partendo proprio dalle personali diversità; si ricerca continuamente la piena espressione di sé (attraverso pratiche che invece portano all’oblio di sé), ma si sta perdendo la consapevolezza di ciò che, intimamente, si è; viene rimarcata la necessità di un amore nei confronti di tutti gli essere umani, ma risulta sempre più difficile amare colui che si trova al proprio fianco. Proprio per questo, la relazione rimane ancora l’unica via da percorrere per riscoprirci umani, tutti diversi ma tutti simili, e per lavarci di dosso quella fanghiglia che s’esprime attraverso solitudini, rabbie represse, dissociazioni comportamentali. L’Altro mi chiama affinché io, riconoscendomene bisognoso e rispondendogli, possa emergere nella mia dignità di donna e di uomo. Il mio Padre Spirituale, un giorno, mi disse: “Se sei nel fango e cerchi di pulirti da solo con l’acqua della palude, rimani sporco. Per poterti lavare, hai bisogno di un Altro che ti porga la mano e ti aiuti ad uscire dal pantano nel quale sei caduto”.

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