Ecco perché oggi la Chiesa ricorda i primi santi martiri di Roma

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Il giorno dopo la commemorazione di Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa di Roma, vengono ricordati i primi martiri della città eterna. La rapida diffusione del cristianesimo crea problemi all’autorità romana: rifiutando la religione di stato, i cristiani sono praticamente dei fuorilegge. Il fatto che la classe aristocratica e colta aderisca scarsamente al cristianesimo, considerando la risurrezione di Gesù come un’impostura, rende più facile a Nerone incolpare i cristiani dell’incendio di Roma del 19 luglio 64.

Nella prima persecuzione contro la Chiesa indetta da Nerone molti cristiani vengono martirizzati. Attendibili testimoni di queste atrocità sono San Clemente Romana, nella lettera ai Corinzi, e lo scrittore pagano Tacito (Annali, 15, 44), il quale afferma sia stato proprio Nerone a incendiare Roma e che, per allontanare da sé il sospetto, abbia accusato del crimine i cristiani. Lo stesso Tacito, pur non nutrendo troppa simpatia per i cristiani, non nasconde compassione nei loro confronti per le atroci crudeltà perpetrate da Nerone: “Si vedeva che erano eliminati non per il bene pubblico, ma per soddisfare la crudeltà di un individuo. Alcuni ricoperti di pelle di belve, furono lasciati sbranare dai cani, altri crocifissi e ad altri fu appiccato il fuoco al termine del giorno, in modo che servissero da illuminazione notturna”.

Su Nerone pesa la grave colpa di aver incitato il popolo romano, molto tollerante in campo religioso, a essere ostile verso i cristiani. Le vittime più importanti sono Pietro, crocifisso nel circo neroniano, e Paolo, decapitato alle Aquae Salviae. Questo evento evidenzia come la Chiesa sia cresciuta e si sia diffusa grazie alla testimonianza dei martiri che hanno testimoniato Cristo benedicendo i loro carnefici.

Tratto dal libro “I sani del giorno ci insegnano a vivere e a morire” di Luigi Luzi

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