Nella dottrina sociale della Chiesa, fin dal magistero di papa Pio XII, alle forme sociali organizzate viene attribuito il ruolo di presidio essenziale per l’equilibrio civile e per la tutela del bene comune. Invero, soprattutto nell’ambito del rispetto dei diritti umani, il principio di sussidiarietà assicura che l’azione dello Stato sia integrata, in modo complementare, dall’attività del tessuto associativo e comunitario. Nella logica della sussidiarietà è demandata alla società civile attivare percorsi di condivisione a servizio del bene comune e del rispetto della dignità inviolabile della persona umana.
Numa, una pietra tra le pietre
In tale contesto valoriale si inserisce il progetto culturale NUMA Una pietra tra le pietre, promosso da Lefebvre Giuffrè che mira a valorizzare l’impegno di coloro che contribuiscono alla diffusione della cultura del rispetto e a costruire una società più consapevole e responsabile. NUMA rappresenta un’estensione della mission di Lefebvre Giuffrè: rendere il diritto, la cultura e la riflessione sociale patrimonio condiviso della comunità. Il percorso prende le mosse dalla domanda: stiamo facendo abbastanza? La prima edizione dell’iniziativa è stata presentata mercoledì 10 giugno nella cornice del Teatro De’ Servi a Roma e ha dato avvio ad un confronto autorevole sul tema del contrasto alla violenza di genere.
L’intervista
Interris.it ha intervistato Antonio Delfino, Presidente nazionale dell’USPI e Direttore delle relazioni esterne e istituzionali di Lefebvre Giuffrè che promuove il progetto NUMA – Una pietra tra le pietre.

Come nasce l’idea del progetto culturale NUMA. Una pietra tra le pietre?
“Nasce dall’idea di Lefebvre Giuffrè di portare il diritto fuori dai contesti specialistici. Da un invito a scegliere di fermarsi, ascoltare, riflettere insieme su temi che non possono essere affrontati soltanto nel momento dell’emergenza, quando i riflettori si accendono per pochi giorni e poi lentamente si spengono. E NUMA nasce in generale anche con un’ambizione precisa: diventare nel tempo un luogo stabile di consapevolezza. Un progetto destinato a durare negli anni, capace di costruire continuità e relazioni autentiche, lontano dalla retorica dell’indignazione momentanea e dalla spettacolarizzazione. Vogliamo dare spazio alle esperienze che lasciano traccia”.
La scelta del nome NUMA, come Numa Pompilio per mantenere desta la coscienza che si può governare senza ricorrere alle guerre e alla violenza ma praticando la tolleranza?
“Sì, il nome NUMA può essere interpretato come un richiamo a Numa Pompilio, il secondo re di Roma, tradizionalmente ricordato come un sovrano saggio e pacifico che governò privilegiando le istituzioni civili, la religione e la coesione sociale, piuttosto che la guerra e la conquista militare. Pertanto, la scelta del nome NUMA vuole anche esprimere la volontà di mantenere viva la consapevolezza che è possibile governare e guidare una comunità non attraverso la forza, la violenza o il conflitto (ed oggi ne avremmo tanto bisogno), ma mediante la tolleranza, il dialogo, la giustizia e il rispetto reciproco”.
In che modo, nell’ambito della violenza di genere, la cultura del rispetto può arginare il paradigma tecnocratico (potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA) che pretende di ridurre tutto a oggetto di dominio?
“Nell’ambito della violenza di genere, la cultura del rispetto rappresenta un antidoto fondamentale al paradigma tecnocratico che tende a considerare persone e relazioni come oggetti da controllare, misurare o utilizzare. Quando l’altro viene ridotto a un mezzo per soddisfare i propri bisogni o desideri, si crea il terreno culturale su cui possono svilupparsi forme di dominio, possesso e sopraffazione. La cultura del rispetto, invece, afferma il valore intrinseco e la dignità di ogni persona, riconoscendone l’autonomia, la libertà e il diritto all’autodeterminazione. La cultura del rispetto ricorda altresì che il progresso tecnico deve essere accompagnato da una crescita della responsabilità morale, ponendo sempre al centro la dignità umana e la qualità delle relazioni”.
Sul piano educativo, qual è l’impegno di NUMA per la tutela dei diritti umani esposti, spesso, al rischio di una loro dichiarazione puramente formale?
“NUMA – Una pietra tra le pietre si impegna a promuovere una cultura dei diritti umani che non si limiti a una loro affermazione teorica o formale, ma che si traduca in comportamenti concreti, responsabilità condivise e pratiche quotidiane di rispetto della dignità umana. Particolare attenzione viene dedicata all’educazione delle nuove generazioni – anche attraverso altri progetti nazionali dell’Editore molto seguiti – come ad esempio il Codice Junior, la prima pubblicazione sui diritti e d i doveri degli Under 18 – o altri progetti dedicati ai valori della pace, della solidarietà, della giustizia e del rispetto delle differenze, affinché questi valori diventino parte integrante della vita sociale. In questo modo, i diritti umani non restano semplici enunciazioni giuridiche, ma si trasformano in esperienze vissute e in criteri concreti di relazione tra le persone. L’impegno di NUMA consiste quindi anche nel contribuire alla formazione di cittadini consapevoli e responsabili, capaci di custodire e rendere effettivi i diritti umani attraverso la partecipazione, il dialogo e la costruzione di una comunità fondata sul rispetto reciproco e sul bene comune”.
Qual è l’apporto, anche in termini di speranza, fornito dalle cinque esperienze scelte dai comitati composti da figure così altamente autorevoli?
“Se dovessi individuare il contributo di speranza che ciascuna di queste esperienze offre alla società, direi che insieme compongono insieme una sorta di mappa della possibilità: dimostrano che il cambiamento non è un’astrazione, ma un processo concreto che può nascere dalle idee, dalle istituzioni, dai luoghi e dal lavoro. Lea Melandri ci consegna la speranza della consapevolezza. La sua opera ci ricorda che nessuna trasformazione sociale è possibile senza una trasformazione culturale profonda. Lara Lugli rappresenta la speranza del coraggio individuale. La sua esperienza dice a molte donne che la tutela dei diritti non è una concessione, ma una conquista possibile. Fabio Roia incarna la speranza delle istituzioni quando sanno essere vicine alle persone. Il suo impegno contro la violenza di genere testimonia che la giustizia non è soltanto applicazione della legge, ma anche costruzione di una cultura della prevenzione e della responsabilità. La Casa Internazionale delle Donne è la speranza che nasce dai luoghi condivisi. È la dimostrazione che quando le persone si incontrano, elaborano idee, si sostengono reciprocamente e costruiscono reti di solidarietà, la società diventa più forte. Progetto Quid esprime la speranza della trasformazione. Trasformazione degli scarti in risorsa, delle fragilità in opportunità, dell’esclusione in partecipazione. È la prova concreta che sostenibilità e inclusione possono procedere insieme. Ognuno di loro appare come una pietra fondamentale: non isolata, non celebrata per sé stessa, ma parte di una costruzione collettiva che continua a dare forma alla speranza”.

