MERCOLEDÌ 11 OTTOBRE 2017, 10:58, IN TERRIS


VENEZUELA

Due giornalisti raccontano l’incubo delle carceri

La testimonianza di Roberto Di Matteo e Filippo Rossi, i due free-lance arrestati la settimana scorsa

FEDERICO CENCI

Si chiamano Roberto Di MatteoFilippo Rossi e Jesus Medina. La loro recente esperienza ha alzato, per l’ennesima volta, il velo sulla libertà di stampa calpestata in alcuni Paesi. I tre giornalisti, recatisi in Venezuela per realizzare un’inchiesta, sono stati arrestati venerdì scorso, 6 ottobre, e rilasciati quarantotto ore dopo.

Il racconto

Oggi pomeriggio, presso la sede della Federazione nazionale della stampa italiana, hanno tenuto una conferenza stampa per raccontare l’accaduto. “Ci teniamo anzitutto a ringraziare la Farnesina e il corpo diplomatico italiano in Venezuela”, hanno detto. Un particolare “grazie” lo hanno inoltre rivolto alla direzione de Il Giornale, quotidiano per cui collaborano. “Quando siamo stati arrestati, ci hanno tolto tutto ciò che avevamo con noi, ricordavamo però il numero della redazione a memoria e li abbiamo chiamati appena possibile – hanno spiegato -. E loro si sono immediatamente prodigati per aiutarci, pagandoci infine i biglietti aerei per il ritorno Italia”.

Il motivo del viaggio in Venezuela

L’italiano Di Matteo e lo svizzero Rossi sono partiti oltre due settimane fa, dopo aver preparato il lavoro con mesi d’anticipo. “Siamo andati in Venezuela per raccontare le tante storie che questo Paese sta offrendo in questo momento”, hanno spiegato. I due ragazzi hanno sottolineato di essere partiti con l’intenzione di dare una visione imparziale di quanto sta accadendo nel Paese latino-americano, nonché di essersi mossi con la massima cautela, organizzando interviste e movimenti già dall’Italia.

La “trappola”

Dopo aver passato diversi giorni zaini in spalla e telecamere puntate sul vivace caleidoscopio sociale venezuelano, i due giornalisti europei e il loro accompagnatore locale, Jesus Medina, sono tuttavia incappati in una “trappola” – come hanno spiegato durante la conferenza – preparata non si sa da chi.

Venerdì si sono recati presso il carcere di Torocon, dove avevano in programma un’intervista (già fissata) con il direttore del penitenziario per un’intervista. Giunti sul luogo, sono stati dichiarati in arresto dallo stesso direttore. L’accusa ufficiale: aver voluto far entrare “attrezzature audiovisive senza autorizzazione”.

In realtà – affermano i giornalisti – “non avevamo con noi nulla di non autorizzatoo di nascosto”. Per altro, gli oggetti sottratti dalle autorità venezuelane, non sono stati più riconsegnati ai tre legittimi proprietari.

I veri motivi dell’arresto

E allora qual è il reale motivo dell’arresto? “Possiamo formulare solamente ipotesi”, precisano i due giovani. Con loro era presente Medina, un collega molto accreditato che scrive per Dollar Today, notiziario vicino all’opposizione. Potrebbe essere stato lui ad aver insospettito le autorità e ad aver fatto scattare le manette. “Noi lo abbiamo scelto – specificano ancora i giornalisti europei – al di là delle sue convinzioni politiche, per la sua capacità di muoversi a Caracas e di fornirci contatti di persone da intervistare”. A motivo dell’onestà intellettuale del loro referente locale, essi raccontano che grazie a lui, prima dell’arresto, avevano avuto l’opportunità di incontrare i “collectivos”, organizzazioni para-governative, e raccogliere liberamente il loro punto di vista.

Le condizioni carcerarie

Dietro le sbarre, essi raccontano di essere stati trattati bene dalle guardie carcerarie. “Ci hanno messi in una cella dedicata soltanto a noi tre, mentre altri detenuti affollavano celle molto strette“. Il ricordo che portano dietro è di un penitenziario in condizioni rovinose. Ratti, servizi igienici carenti (per usare un eufemismo), mancanza persino del vitto per i detenuti e di acqua corrente potabile. In via del tutto eccezionale, a loro tre venivano portati i pasti.

Il rientro in Italia

Dopo le quarantotto ore di custodia cautelare, i tre giornalisti sono stati rilasciati in “libertà piena”. Hanno contribuito le testimonianze dei militari presenti al momento dell’arresto, i quali hanno potuto vedere che i reporter non stavano introducendo nessun apparecchio non autorizzato. “Saremmo voluti restare in Venezuela per completare la nostra inchiesta – spiegano – ma avevamo percepito il rischio latente per la nostra sicurezza”. Così non hanno potuto realizzare la seconda parte del lavoro, durante il quale avevano previsto di dar voce principalmente ai filo-governativi, dopo aver intervistato soprattutto membri dell’opposizione.

La situazione del Venezuela

Ciò che hanno potuto verificare è che il Venezuela è un Paese “in stato di anarchia” e di “assoluta povertà“. Il governo non ha più il controllo di tutto il territorio nazionale: “alcune zone sono in mano alla criminalità”, raccontano i due giornalisti. I quali hanno inoltre raccolto testimonianze di venezuelani che denunciano abusi di potere durante la distribuzione di beni che avvengono periodicamente: “Ci hanno raccontato che avvengono prepotenze della polizia”, che si accaparra il cibo a discapito di altri cittadini.

Per dare le dimensioni della condizione di miseria, hanno raccontato che il salario medio fino a una settimana fa era di 135mila bolivares (circa 11euro) e che un pacco di farina costa 20mila bolivares (1,60euro).

L’indigenza è testimoniata anche dal fatto che negli ospedali manca spesso l’acqua. Nei nosocomi su dieci parti cesarei, sette provocano infezioni (spesso mortali) alle partorienti. “Pochi giorni prima dell’arresto – raccontano i giornalisti – Medina aveva pubblicato le foto di alcune donne che stavano morendo in un ospedale pubblico“. Forse quelle immagini potrebbero essere il motivo dell’arresto dei tre giornalisti.

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