“Un colpo di vento”: la poesia che sfida la paura

Marco Sabatini Scalmati non solo celebra le varie fasi dell’esistenza umana, ma invita ognuno di noi a confrontarsi con la propria vita emotiva

Poesia
A sinistra: la copertina del libro "Un colpo di vento". Foto per gentile concessione di Marco Sabatini A destra: l'autore Marco Sabatini. Foto per gentile concessione di Marco Sabatini.

La poesia come luce di speranza nel buio della paura. Ne è un esempio anche San Giovanni Paolo II, uomo di profonda sensibilità, amante dell’arte in ogni sua sfumatura, egli stesso attore da giovane e autore di poesie. In forma di poesia pregò così Karol Wojtyla in un messaggio Urbi et Orbi passato alla storia: “Asciuga Gesù le lacrime dei fanciulli. Accarezza il malato e l’anziano. Spingi gli uomini a deporre le armi e a stringersi in un universale abbraccio di pace. Invita i popoli ad abbattere i muri creati dalla miseria e dalla disoccupazione, dall’ignoranza e dall’indifferenza, dalla discriminazione e dall’intolleranza. Dio della pace, dono di pace per l’intera umanità, vieni a vivere nel cuore di ogni uomo e di ogni famiglia. Sii Tu la nostra pace e la nostra gioia”. Poesia per costruire un futuro migliore. Domani 9 marzo a Roma, alle 18.30, presso Spazio 5 in Via Crescenzio 99/d, Marco Sabatini Scalmati presenterà il suo libro di poesie “Un colpo di vento”. Con lui dialogheranno Alessandra Arachi, giornalista del Corriere della Sera, e Maurizio Riccardi, direttore di Agrpress.

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didascalia: GIOVANNI PAOLO II PAPA KAROL WOJTYLA

La metafora della poesia

In tempi segnati da guerre, instabilità e incertezze, l’intenso libro di Marco Sabatini Scalmati diventa metafora dei cambiamenti improvvisi che tutti affrontiamo. Fughe e ritorni, perdite dolorose e piccole grandi vittorie. La poesia di Sabatini Scalmati, pur radicata nell’intimità personale — l’amore, il rapporto genitore-figlio — riflette l’universale delle emozioni umane. Gioia, sorpresa, malinconia, tristezza, paura, orgoglio, speranza. Ogni parola è uno specchio che ci racconta la vita. La raccolta, con 85 poesie suddivise in 7 capitoli. Con un linguaggio che abbina chiarezza e profondità emotiva, ogni poesia diventa un momento di pausa dalla frenesia del quotidiano, offrendo una nuova prospettiva, come un colpo di vento che spazza via la nebbia al mattino. Con quest’opera Marco Sabatini Scalmati non solo celebra le varie fasi dell’esistenza umana, ma invita ognuno di noi a confrontarsi con la propria vita emotiva. Stimolando una più profonda comprensione di sé e del mondo circostante.

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Foto di Khamkéo su Unsplash

Colpo di vento

“Un Colpo di Vento” è più di una raccolta di poesie. E’ un invito a prendere atto delle proprie paure per poterle, infine, lasciar andare. Giornalista, capo ufficio stampa di Sogin, impegnato nel sociale e sostenitore dei diritti delle persone con disabilità, Sabatini Scalmati con “Un colpo di vento” ci conduce in un viaggio di rinascita, trasformazione e speranza, dove l’amore diventa vento, l’energia necessaria per lavorare, tutti insieme, a un futuro migliore. Il suo primo incontro personale con il mondo della disabilità risale a un’estate dell’infanzia. “Da Sirolo, un piccolo paese delle Marche affacciato sul mare, in cui trascorrevo le vacanze nella casa di famiglia, tutti gli anni si andava a trovare uno zio di mia mamma che abitava a Civitanova Marche – racconta a In Terris-. Per andare da lui il pomeriggio dovevamo percorrere la statale. Un giorno, mentre passavamo accanto ad un grande edificio in cemento armato lungo un rettilineo, vidi dei ragazzi in carrozzina giocare a basket nel cortile di quel palazzo”. E aggiunge: “Per me bambino sembrava impossibile che persone che non potevano camminare potessero addirittura giocare a basket! Rimasi schiacciato con il viso al finestrino. Avrei voluto fermarmi, andare a giocare con loro. Volevo esprimere il mio stupore ma non dissi niente. In fondo provavo un’emozione che non riuscivo a spiegarmi“. E aggiunge: “Quello che pensai fu che io, per divertirmi, avevo bisogno del mare, della barca, degli amici, di tanti giochi. Mentre loro là, in un cortile ai bordi della statale, senza l’uso delle gambe e separati dal mondo da una recinzione metallica, erano così felici di stare insieme a giocare a pallacanestro. Negli anni successivi andare a visitare quello zio era l’occasione per vederli. E ogni volta il vederli mi aiutava a capire nel mio intimo il valore dell’emozione che provavo. Ero felice di ritrovarli, probabilmente non erano gli stessi dell’anno prima, ma erano sempre sorridenti“.

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