L’apostolato degli ultimi del cardinale Matteo Zuppi

Dalle mediazioni di pace in Africa alla missione umanitaria nel conflitto russo-ucraino, dal ministero degli "invisibili" nelle periferie metropolitane alla centralità degli indigenti nella sua presidenza Cei: così il cardinale Matteo Zuppi testimonia l'attenzione della Chiesa verso le fragilità e le ferite sociali

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CARDINALE MATTEO MARIA ZUPPI, PRESIDENTE CEI. Credit: ALESSANDRO AMORUSO

L’opzione preferenziale per gli ultimi del cardinale Matteo Zuppi. Dalle mediazioni di pace in Africa alla missione umanitaria nel conflitto russo-ucraino, dal ministero degli “invisibili” nelle periferie metropolitane alla centralità degli indigenti nel suo mandato alla presidenza della Cei. Ecco come il cardinale Matteo Zuppi testimonia l’attenzione della Chiesa verso le fragilità e le ferite sociali. Intanto, con l’arrivo dell’inverno, si rischia una nuova emergenza. “Proteggere chi vive per strada è il segno di una società che conserva la sua umanità – testimonia l’arcivescovo di Bologna-. Morire per strada è un’ingiustizia, una sconfitta per tutti, che deve suscitare sdegno senza incertezze né giustificazioni. Il livello di civiltà emerge anche da come ci si prende cura delle persone senza fissa dimora che rischiamo di moro a causa del freddo e della povertà. Non si può morire in strada e non si può vivere in strada, ignorati da tutti. Sono persone dimenticate dagli uomini ma non da Dio. Ricordare i loro nomi li strappa almeno dall’essere una categoria e dalla condizione di anonimi. I poveri dobbiamo trattarli con quella gentilezza che vogliamo per noi. La compassione cambia la vita, perdere la compassione ci impedisce di capire che il prossimo sono io. Il bene non è mai. Oltre a dare il pane a chi ne ha necessità, occorre combattere le cause della povertà per affrancare e ridare dignità alle persone attraverso soluzioni vere, non provvisorie”.

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Card. Matteo Zuppi (foto: Vatican Media)

Al servizio degli ultimi

“L’indigenza si sta cronicizzando, è un baratro davanti al quale non si può restare inerti e tanto meno rassegnati La vicinanza a chi ha bisogno non è solo assistenza immediata e non si esaurisce in interventi momentanei. I cambiamenti sistemici richiedono un’azione in profondità e su vasta scala- insegna il cardinale Matteo Zuppi-. Dalla carità trae origine una cultura. Una società diventa comunità quando sappiamo pensarci insieme per difendere chi non è difeso, per tutelare i diritti che non sono garantiti. I poveri non sono un numero e la povertà non è una statistica, bensì una malattia da diagnosticare nelle cause e nelle scelte da cui deriva. Non è un incidente casuale e non bastano le proiezioni a inquadrarla. E’ un indicatore dello stato di coesione, civiltà e salute del tessuto sociale”.

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MATTEO MARIA ZUPPI PRESIDENTE DELLA CEI. Credit: SAVERIO DE GIGLIO

In ascolto dei fragili

“La dimensione cronica dell’indigenza è ormai un fenomeno strutturale. Va rimesso in moto l’ascensore sociale che non solo è rotto da anni ma funziona al contrario. Nella larga maggioranza dei casi i poveri sono figli di genitori poveri. Allarma la crescita dei “working poor” perché a una famiglia non basta più uno stipendio per tirare avanti. L’indigenza è un abisso dal quale è sempre più difficile tirarsi fuori- afferma il presidente della Conferenza episcopale italiana-. In molte situazioni, oltre a quelle croniche, ci sono povertà intermittenti che attanagliano nuclei familiari che entrano ed escono da una condizione di bisogno. Un’oscillazione dentro-fuori l’indigenza che ruba prospettive ai giovani e aggrava il divario generazionale. L’individualismo estende il problema invece di risolverlo, nessuno esiste senza gli altri. Se gli altri non esistono più, anche noi smettiamo di esistere. Se perdiamo la passione per la lotta contro la povertà finiamo per sganciarci dalla reale e per discutere di cose inutili”.

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Il cardinale Zuppi a Mosca. Foto ©Vatican Media

Contatto diretto

“Papa Francesco ci ha insegnato che è carità stare vicino a una persona che soffre. Ma è anche carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Un gesto di carità è aiutare un anziano ad attraversare un fiume, ma lo è anche la decisione di un politico che gli costruisce un ponte. E’ caritatevole aiutare un altro dandogli da mangiare, ma il politico che crea per lui un posto di lavoro provvede strutturalmente ai suoi bisogni. Servono risposte politiche, non partitiche o ideologiche”. Aggiunge il cardinale Zuppi: “C’è necessità di più dialogo sociale, di risposte che prendano atto della complessità del fenomeno senza cercare di risolverne solo un aspetto. Per tenere insieme il Paese il contrasto alla povertà deve diventare una priorità da affrontare insieme. Dobbiamo fare rete contro questa patologia del sistema: istituzioni, agenzie educative, terzo settore. Servono una riflessione e uno sguardo d’insieme. Non è tempo di interventi spot, c’è urgenza di politiche lungimiranti. Il 60% delle aziende in Italia non trova manodopera. Combattere la povertà non è assistenzialismo. Va favorito l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. C’è bisogno di un progetto che possa dare a tutti un futuro migliore”.

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Il card. Zuppi (foto: Vatican Media)

Dalla parte degli ultimi

“Non possiamo rassegnarci alla cultura del declino che ci rinchiude in recinti angusti. I giovani sono sempre più esposti a difficoltà economiche e ciò accentua la denatalità. Il rischio di povertà e l’esclusione sociale ci privano di audacia e speranza ampliando l’indifferenza verso le fragilità. Solidarietà diffusa, partecipazione alla vita politica e al volontariato, legalità certa sono necessarie a garantire diritti e doveri. Vanno discussi criticamente ideologie, miti, stili di vita, etica ed estetica dominanti”. Osserva il cardinale Zuppi: “Sempre meno beneficiano di un aiuto pubblico e servono politiche complete. Non basta cercare di fare quello che si può, occorre impegnarsi a fare quello che è necessario. La sofferenza non può aspettare. Per guardare al futuro bisogna capire bene il presente. Combattere la povertà non è un problema degli indigenti ma un’esigenza di difesa della società intera. Non possiamo accettare che ci sia un numero così alto di poveri, serve fermezza nell’indicare le soluzioni, a partire da un serio investimento nell’educazione. Si contrasta l’indigenza potenziando la dimensione sociale, la territorialità, la rete da ricreare. La carità non si esternalizza, è un compito di tutti. Occuparci delle fasce che oscillano nella sopravvivenza è una sfida morale, civile e politica che richiede consapevolezza e maturità. Nessuno può chiamarsi fuori”.

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