
Questione-Tibet
Le tensioni geopolitiche attorno al Tibet affiorano di continuo come le acqua di un fiume carsico. Per esempio sono scoppiate recentemente scontri tra attivisti tibetani e polizia indiana davanti all’Ambasciata cinese a Delhi durante una manifestazione di attivisti indetta per ricordare il 66esimo anniversario della rivolta tibetana del 1959 contro l’occupazione cinese. I moti furono repressi duramente dall’esercito di Pechino. Ciò portò alla fuga e all’esilio del Dalai Lama e di migliaia di altri connazionali. Mentre alcuni dei dimostranti venivano fermati per impedire loro di avvicinarsi alla sede diplomatica, un centinaio di donne manifestava in silenzio nell’area delle proteste politiche nei pressi del Parlamento indiano, il Jantar Mantar. Nella città di Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio e residenza del Dalai Lama, l’89enne leader spirituale tibetano, si è tenuta una marcia pacifica, con centinaia di partecipanti. I manifestanti hanno lanciato slogan anticinesi, sfilato con le bandiere rosso-giallo-blu del Tibet e intonato gli inni nazionali del Tibet, e quello indiano. Nel suo intervento alla manifestazione, Penpa Tsering, presidente dell’Amministrazione Centrale Tibetana (questo il nome utilizzato dal governo tibetano in esilio), ha accusato la Cina di “perseguire una strategia deliberata e pericolosa per eliminare la nostra profonda identità”. Quindi, ha aggiunto, “mentre commemoriamo il giorno della Rivolta, rendiamo onore ai nostri martiri. Ed esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai fratelli e sorelle che languiscono in Tibet, sotto un governo oppressivo”. L’India, pur ospitando il governo tibetano in esilio, ha sempre affermato di considerare il Tibet parte della Cina. Allo stesso modo il Dalai Lama nega le accuse di essere un separatista. E ripete di chiedere solo l’autonomia sostanziale e la protezione delle caratteristiche peculiari dell’originaria cultura buddista tibetana.

Fuori dalla Cina
Intanto il Dalai Lama prevede che il suo successore si reincarnerà fuori dalla Cina, nel “mondo libero”. Nel nuovo libro smentisce una sua precedente previsione, che la linea di successione dei leader spirituali del buddismo tibetano avrebbe potuto esaurirsi alla sua morte. Una nuova affermazione che continua la sfida con Pechino sul Tibet, dal quale l’89enne Tenzin Gyatso, 14mo Dalai Lama e monarca, fuggì all’età di 23 anni con migliaia di seguaci tibetani dopo l’annessione manu militari della grande regione da parte della Cina comunista di Mao Zedong nel 1959. Da oltre 60 anni, il Dalai Lama, premiato nel 1989 con il Nobel per la Pace e considerato un “separatista” da Pechino, vive in esilio nel monastero di Kirti a Dharamshala, nel nord dell’India. Nel suo libro, il Dalai Lama afferma di aver ricevuto numerose petizioni per più di un decennio da moltissimi tibetani. Tra cui monaci, anziani ed esuli all’estero, “che mi chiedono tutti di garantire che la discendenza del Dalai Lama continui”. La tradizione tibetana sostiene che l’anima di un monaco buddista anziano si reincarna nel corpo di un bambino alla sua morte. L’attuale Dalai Lama è stato identificato come la reincarnazione del suo predecessore quando aveva due anni. Nel libro profetizza che il suo successore per la prima volta nascerà in quello che chiama il “mondo libero”, cioè fuori dalla Cina. “Poiché lo scopo della reincarnazione è quello di continuare il lavoro del predecessore, il nuovo Dalai Lama nascerà nel mondo libero. In modo che la missione tradizionale del Dalai Lama, ovvero essere la voce della compassione universale, il leader spirituale del Buddismo tibetano e il simbolo del Tibet che incarna le aspirazioni del popolo tibetano, continui”, scrive il Dalai Lama, che il prossimo luglio compirà 90 anni.

Testimonianza
Il libro, che l’autore definisce un resoconto dei suoi rapporti con i leader cinesi nell’arco di sette decenni, viene pubblicato negli Stati Uniti da William Morrow e in Gran Bretagna da HarperNonFiction, con edizioni HarperCollins a seguire in India e in altri Paesi. Per il ministero degli Esteri cinese, il Dalai Lama “è un esule politico impegnato in attività separatiste anti-cinesi ammantate di religiosità”. In coincidenza con il settantacinquesimo anniversario dell’occupazione cinese del Tibet, il Dalai Lama racconta per la prima volta la sua storia e le prove che lui e il suo popolo hanno dovuto sostenere. Lo fa appunto nel libro “Una voce per chi non ha voce. Oltre settant’anni di lotta per la mia terra e il mio popolo”. Il libro ripercorre lo straordinario viaggio del Dalai Lama, premio Nobel per la pace nel 1989, dalla perdita della propria casa a causa di un’invasione ostile alla difficile costruzione di una vita in esilio, nel tentativo di affrontare la crisi di una nazione, della sua cultura e della sua religione, e immaginare una via da percorrere in futuro. “‘E’ un’opera importante per me e per il mio popolo- sottolinea il Dalai Lama-. È il resoconto di oltre settant’anni di trattative con i leader della Repubblica Popolare Cinese, per conto del Tibet e della sua popolazione. In queste pagine ho condiviso le mie esperienze personali a partire da quando a 16 anni mi venne chiesto di assumere la guida del Tibet, inclusi i miei continui tentativi per salvare la mia patria e la mia gente e racconto come, nonostante tutte le sofferenze e le devastazioni, noi tibetani crediamo ancora fermamente nella possibilità di una risoluzione pacifica della nostra lotta per la libertà e la dignità” prosegue il XIV Dalai Lama.

Simbolo di civiltà
“Questo libro si propone di testimoniare tutta la genuinità dei nostri sforzi, da quando, a soli 19 anni, negoziai a Pechino con il Presidente Mao al culmine del suo potere, fino ai recenti tentativi di comunicare con il Presidente Xi Jinping, e di offrire alcune riflessioni su quella che potrebbe essere la strada da seguire, attingendo alle lezioni apprese nei miei decenni di rapporti con Pechino. Nel mio ruolo di Dalai Lama non c’è questione più importante di quella di cui parlo in queste pagine. Spero che questo saggio possa stimolare oggi nuovi pensieri e discussioni e possa aiutare a inquadrare il futuro del Tibet anche quando io non ci sarò più” afferma Tenzin Gyatso nato a Taktser il 6 luglio 1935. Il Dalai Lama nel libro condivide le sue riflessioni sulla situazione geopolitica della regione e racconta come è riuscito a preservare la propria umanità nonostante le profonde perdite subite e le minacce che tuttora gravano sul popolo tibetano. Leader spirituale del buddismo tibetano e potente simbolo del paese e della sua civiltà, il Dalai Lama oltre al Nobel in riconoscimento del suo impegno per la pace nel mondo ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti internazionali, tra cui la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, la Medaglia d’oro del Congresso. Dopo essere fuggito in esilio nel 1959, il Dalai Lama ha vissuto come un tibetano apolide in India, paese che chiama la sua seconda casa. L’invasione del Tibet ebbe inizio nell’ottobre del 1950, dopo la fine della guerra civile cinese che vide la vittoria del PCC (Partito Comunista Cinese) guidato da Mao Zedong. Tra il 6 ed il 7 ottobre 1950, l’esercito cinese – sotto l’influenza del futuro leader Deng Xiaoping, – circondò la città tibetana di Chamdo, che cadde sotto il comando cinese il 19 ottobre.

