La conciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica è frutto di un lungo percorso condiviso dalle istituzioni civili e religiose. Si è compiuta attraverso tappe fondamentali che partono dalla “Questione Romana” del 1870 fino agli accordi tuttora in vigore. Tutto ha origine con la Breccia di Porta Pia. Il 20 settembre 1870 l’esercito italiano entra a Roma, ponendo fine al potere temporale dei Papi. Pio IX si dichiara “prigioniero” e vieta ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana attraverso il “Non expedit“. Con questa disposizione della Santa Sede si dichiarò inaccettabile che i cattolici italiani partecipassero alle elezioni politiche del Regno d’Italia e, per estensione, alla vita politica nazionale italiana, malgrado tale divieto non fosse esteso alle elezioni amministrative. La disposizione fu revocata di fatto da Benedetto XV, il quale nel 1919 permise ai cattolici di aderire al Partito Popolare Italiano, fondato da don Luigi Sturzo nello stesso anno. Negli anni precedenti al 1929 iniziano colloqui riservati tra il governo di Benito Mussolini e i rappresentanti della Santa Sede. L’esigenza è quella di chiudere il contenzioso e dare stabilità politica e sociale al Paese. L’11 febbraio 1929 viene siglato l’accordo in San Giovanni in Laterano da Mussolini e dal cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri che si era già occupato del primo codice di leggi della Chiesa pubblicato nel 1917. Ha lavorato come capo della diplomazia vaticana con Benedetto XV e Pio XI.

Conciliazione
L’intesa si compone di tre parti: un Trattato (che crea la Città del Vaticano), una Convenzione finanziaria e un Concordato (che regola i culti e la religione nello Stato). Il 4 ottobre 1926, ricorda Tgr, è la data dell’incontro tra il cardinale Rafael Merry del Val, legato pontificio di Papa Pio XI, e Pietro Fedele, ministro della pubblica istruzione del Regno d’Italia che, favorendo il processo di riconciliazione tra Stato italiano e Santa Sede, porterà ai Patti Lateranensi e al Concordato: l’evento è stato ricordato nella sessione inaugurale del seminario dei docenti di teologia e degli assistenti pastorali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, riuniti ad Assisi per l’appuntamento dal titolo “Il Signore ti dia pace”. Promosso dal Centro pastorale, si è svolto proprio nella sala della Conciliazione del Comune, così denominata in ricordo dello storico avvenimento. “Dall’incontro avvenuto in questa sala emerge che nessun accordo nasce senza la disponibilità ad incontrarsi“. Ma i gesti devono diventare “regole giuste e durevoli”, ha affermato monsignor Paul Richard Gallagher, arcivescovo e segretario per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni della Santa Sede. “In un tempo in cui il mondo sembra aver smarrito il linguaggio del dialogo e dell’incontro, preferendo la polarizzazione, il sospetto e la forza, la città di San Francesco – detto il sindaco, Valter Stoppini – non deve essere una semplice scenografia, ma un cantiere aperto, uno spazio in cui l’ascolto precede il giudizio e l’incontro tra istituzioni, ricerca e fede si trasforma in speranza concreta per la società“.

Percorso
La rettrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Elena Beccalli ha messo in evidenza il “valore fondativo del dialogo tra la teologia e le diverse discipline”, il ruolo delle università come “istituzioni di pace”, “arene di dialogo interreligioso e geopolitico”, “ponti tra le civiltà per costruire relazioni stabili e fruttuose”. Per Maria Tripodi, sottosegretaria al ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, nessuna riconciliazione avviene da sola: servono “decisione di parlarsi”, “capacità di ascoltare” e “volontà politica di trasformare il confronto in percorso“. “Troverebbe eguale ascolto, oggi – è stato, riporta Tgr, l’appello di monsignor Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno, nel solco di San Francesco artefice di pace – la sua parola, quando a prevalere sembra essere piuttosto una voglia sfacciata di mostrare i muscoli, una tendenza ad escludere piuttosto che a includere, un bisogno quasi insopprimibile di belligeranza?”.

