“Spatial mismatch”: l’ineluttabile torto della discriminazione urbana

La distanza fisica simboleggia quella sociale, in cui l’urbanizzazione classifica in base alle possibilità economiche, allontanando le fasce deboli e contribuendo a renderle sempre più tali

Foto di Mary Anne Twimbers su Unsplash

Lo “spatial mismatch” (o “disallineamento spaziale”) rappresenta, oggi, il divario fra le opportunità adeguate di lavoro e la dislocazione abitativa delle famiglie più povere, in Italia e nel mondo. Al contrario, solo a quelle benestanti è possibile accedere alle abitazioni più centrali o, comunque, prossime ai luoghi di lavoro. Le distanze fisiche diventano anche sociali, riducendo opportunità e prospettive man mano che ci si allontana dal cuore della città, dai quartieri del centro, della finanza, del commercio e dell’industria. Caratteristica peculiare del disallineamento spaziale è il costo elevato, in termini di denaro e tempi, per chi vive distante dalle zone urbane più ricche di proposte lavorative. Il pendolarismo dei meno fortunati, infatti, comporta spese, disagi, rischi legati all’orario. La distanza impedisce non solo di poter accedere a professioni di livello ma, a priori, rende più difficoltoso l’accesso alle informazioni su eventuali opportunità presenti nel mercato del lavoro. I poveri sono sempre più poveri, discriminati, separati e allontanati.

Le molte forme della povertà e della discriminazione

Le variabili della discriminazione riguardano soprattutto il censo, l’età, il genere, la provenienza etnica. La povertà si sviluppa in diversi ambiti: economica, alimentare, educativa, formativa, informativa, lavorativa e relazionale. Lo spatial mismatch è una discrepanza che può essere letta a livello nazionale, confrontando i divari socioeconomici fra il Nord e il Sud del Paese e colta anche nella lettura dei cosiddetti anelli (o cinture) metropolitani in cui quelli più esterni sono scollegati e lontani dal benessere e da condizioni di vita decenti in abitazioni dignitose. Si tratta di autentiche segregazioni spaziali in cui i gruppi sociali più svantaggiati sono relegati in luoghi lontani, con scarsa accessibilità ai servizi pubblici e impossibilità di “uscire” da tale pessima condizione. In più, la situazione classista si autoalimenta nella percezione negativa del luogo e dei suoi abitanti, un triste fenomeno che coinvolge i diretti interessati e il resto della popolazione urbana nonché di eventuali imprenditori che rinunciano a investire, lasciando sempre più povero e isolato l’individuo lì presente.

Il legame tra mismatch spaziale e mismatch lavorativo

Il mismatch spaziale si intreccia con quello lavorativo in un mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro. Alla base, vi è una discrepanza, riguardo i profili lavorativi offerti, fra i titoli di studio richiesti e quelli effettivamente posseduti. L’emergere di nuove professioni richiede, inoltre, un aggiornamento continuo delle competenze che, chi vive ai margini, ha più difficoltà a ottenere. Alcuni giovani sono piombati in un’arrendevolezza senza prospettive: i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment, or Training), coloro che non studiano né lavorano né svolgono corsi di formazione. Altri coetanei rischiano di precipitare in realtà al limite della legalità e si pongono in una situazione di tensione e conflittualità con le istituzioni (a esempio baby gang e maranza).

L’appello di Papa Leone XIV

Durante la Santa Messa del 16 novembre scorso, in occasione del Giubileo dei poveri, Papa Leone XIV ammonì “Oggi, soprattutto gli scenari di guerra, presenti purtroppo in diverse regioni nel mondo, sembrano confermarci in uno stato di impotenza. Ma la globalizzazione dell’impotenza nasce da una menzogna, dal credere che questa storia è sempre andata così e non potrà cambiare. Il Vangelo, invece, ci dice che proprio negli sconvolgimenti della storia il Signore viene a salvarci. E noi, comunità cristiana, dobbiamo essere oggi, in mezzo ai poveri, segno vivo di questa salvezza. La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino”.

Le periferie nell’economia della conoscenza

I professori Giulio Buciuni e Giancarlo Corò sono gli autori del volume “Periferie competitive” (sottotitolo “Lo sviluppo dei territori nell’economia della conoscenza”), pubblicato da “Il Mulino” nel mese di marzo 2023. Parte dell’estratto recita “Molti si attendevano che i processi di digitalizzazione dell’economia avrebbero diffuso le opportunità di crescita, riducendo la distanza tra aree centrali e periferiche. La realtà è stata molto diversa, con una accentuazione dei divari tra centri metropolitani e aree periferiche che ha creato fratture sociali e politiche sempre più difficili da rimarginare. Da un lato città attrattive e progressiste, dove accorrono i talenti e si concentra il capitale finanziario, dall’altro periferie urbane e rurali nelle quali si è perso il senso del futuro e dove sta montando un pericoloso risentimento politico”.

I dati della ricerca “I luoghi che contano”

Il 19 maggio scorso, Save the Children, ha pubblicato, al link https://www.savethechildren.it/blog-notizie/periferie-un-minore-su-dieci-vive-nelle-aree-piu-fragili, la ricerca “I luoghi che contano”. Fra i numerosi dati, si legge “Nelle grandi città italiane nascere e crescere in un quartiere piuttosto che in un altro può cambiare profondamente il futuro di un/a bambino/a. […] Nelle 14 città metropolitane italiane circa 142mila bambini, bambine e adolescenti – il 10,3% del totale – vivono nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU) individuate da ISTAT. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo concentrano quasi il 73,5% dei minori che vivono in queste aree, mentre solo a Roma risiedono oltre 30mila 0-17enni. In queste periferie il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa e le disuguaglianze educative e sociali risultano molto più marcate rispetto al resto delle città. […] Le difficoltà economiche incidono anche sulla quotidianità. Secondo la nostra indagine: il 12,7% non pratica sport perché troppo costoso-il 19,3% rinuncia a uscire con gli amici e le amiche per difficoltà economiche-il 16,5% non ha fatto vacanze di più giorni”.

Un problema ancora attuale

Fenomeni di emarginazione nazionale e urbana sembravano retaggi di un lontano passato ma le varie ricerche confermano come la tendenza e la realtà siano ancora fondate su queste disuguaglianze. Ciò che preoccupa, dunque, è la persistenza del problema, che coinvolge ancora moltissimi bambini. Il loro futuro rischia di confermare la marginalità esistenziale, di essere tagliati fuori dalla piena socialità e ghettizzati in un circolo chiuso di povertà. Le statistiche sul fenomeno, impietose nei dati, confermano, inoltre, come, nonostante l’apporto di Internet, si origini un mismatch di competenze tale da non permettere a molti, che vivono nella marginalità, di poterne uscire.

Il ruolo del web e il rischio della ghettizzazione

Oltre all’importante attività delle associazioni e dei volontari del territorio, il web (più che i social diretti maggiormente all’esteriorità, all’immagine e al cantare, senza risolvere, i problemi delle periferie) può rappresentare un’occasione di rilancio e di conquista di spazi educativi e professionali più sani, giusti e gratificanti. La periferia simboleggia il luogo dell’esclusione e dell’accettazione di tale condizione, al punto che, chi si ribella ed emerge in un determinato ambito, tende a sottolineare il trascorso negativo e limitativo. Le storie a lieto fine di questo tipo, a volte intrise di eccessiva retorica, sono comunque vere. Chi ne esce non ha intenzione di tornarci. La povertà emerge come allontanata e dimenticata: un problema di scarto da racchiudere in recinti specifici. Anziché ridotta e affrontata, risulta criminalizzata e stigmatizzata, senza possibilità di recupero sia per chi vi abita sia per il decoro urbano che lo circonda (due aspetti collegati da risolvere congiuntamente).

Una sfida ancora aperta

Decenni di permanenza del problema non hanno condotto a soluzioni di vera integrazione e di uniforme accessibilità per tutti. Il disallineamento spaziale produce disparità in vari ambiti e livelli, condannando i più fragili a rimanere tali, esclusi dal resto della società e inesorabilmente disposti a nutrire sfiducia verso il prossimo che li emargina.

ARTICOLI CORRELATI

AUTORE

ARTICOLI DI ALTRI AUTORI

Ricevi sempre le ultime notizie

Ricevi comodamente e senza costi tutte le ultime notizie direttamente nella tua casella email.

Stay Connected

Seguici sui nostri social !

Scrivi a In Terris

Per inviare un messaggio al direttore o scrivere un tuo articolo: