Oltre i conflitti. “Occorre trasformare il nemico in avversario, anche nella comunicazione. Invece spesso chi governa agisce sulla leva della guerra incentivando l’odio tra gruppi, etnie, religioni o Stati confinanti- afferma Josè Ramos Horta-. Si deve lavorare sull’odio come per spegnere l’incendio. Va ridotto, isolato, contenuto, spento. Il primato dei diritti umani e della democrazia richiede una cultura del negoziato e del multilateralismo in un mondo sempre più polarizzato”. Alla Link Campus University di Roma sale in cattedra un Premio Nobel per la pace. “Spero che da questa partnership possano nascere opportunità per alcuni studenti timoresi di iscriversi e proseguire gli studi nei campi offerti dalla Link”, evidenzia ricordando l’investimento massiccio del suo Paese nella formazione internazionale. “Abbiamo studenti in molti Paesi del mondo. Abbiamo investito decine di milioni di dollari per mandarli nelle università di Asia, Australia, Cina, Vietnam e altri. Il 60% della nostra popolazione ha meno di 30 anni, il 50% meno di 20: abbiamo tantissimi giovani che devono continuare la loro formazione”, dice.

Oltre i conflitti
Gestire il caos. “La pace autentica e duratura non può mai essere una resa. Estromettere l’Ue e depotenziare l’Onu significa destabilizzare non pacificare“, osserva Josè Ramos Horta sul piano Trump per l’Ucraina Josè Ramos Horta. Il premio Nobel per la pace, presidente di Timor Est e autore della riforma delle missioni Onu di peacekeeping mette in guardia della politica “mercantilistica e ondivaga” del presidente Usa. Nominato professore dell’Università degli studi Link, insegna ai giovani la risoluzione dei conflitti globali alla cattedra istituita per lui nell’ateneo romano. “Trump alimenta il nuovo disordine mondiale – avverte –. Non è una nuova Yalta ma la distruzione delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Quello che Trump consente a Netanyahu e Putin annienta il multilateralismo. In Palestina e Ucraina non è pace ma sottomissione alla logica della sopraffazione e degli affari. Quando il diritto internazionale viene calpestato diventiamo tutti meno liberi e sicuri”. E aggiunge: “Sono conflitti che azzerano i ruoli sovranazionali. Per mancanza di volontà politica e coerenza morale né la Nato né l’Ue dimostrano forza e credibilità in Ucraina. La fine della guerra fredda l’espansione dell’alleanza atlantica facevano presagire che quell’area si squilibrava ma non si è fatto niente. Ora negoziare mentre infuria una guerra su larga scala è molto difficile perché nessuno fa un passo indietro”.

Scacchiere internazionale
“Per ricompattarsi sul fronte interno, la leadership Usa ostenta protagonismo sullo scacchiere internazionale – sottolinea il Premio Nobel per la pace-. Ma i segnali sono contraddittori sia per Putin che per Zelensky. Allo stesso modo a Gaza un giorno Trump si schiera con Israele negando ai palestinesi un loro Stato e il giorno dopo si dichiara per la soluzione a due Stati. Disorientare qualunque interlocutore e giocare in proprio per aumentare l’influenza geopolitica ed espandere il proprio comparto militare producono ferite profonde nel tessuto delle relazioni“. È l’epoca del caos globale, insomma. “La ragione della forza prevale sulla forza della ragione con danni incalcolabili nei rapporti internazionali – sostiene Josè Ramos Horta-. L’ipocrisia dei doppi standard etici impedisce sia di fermare il colpo di Stato dei militari che hanno attestato Aung San Suu Kyi sia di condannare in maniera univoca la reazione sproporzionata di Israele a Gaza. Un flop”. Intanto Leone XIV “prosegue l’azione di pace del suo predecessore e le sue parole mi rafforzano nell’impegno contro la deviazione mentale bellica. Ricordo l’ultimo incontro con Francesco. Ero disilluso e arrabbiato, ma lui mi ha detto. ‘Dobbiamo continuare a lottare per la pace‘”.

Geopolitica pontificia
Aggiunge Josè Ramos Horta: “La Santa Sede è l’unica ad avere l’autorità morale per dare voce alle istanze che vengono ignorate dalle grandi potenze. Oggi nel Myanmar la comunità internazionale non riesce prevenire o fermare l’escalation nel Mar Cinese meridionale si usano strumenti diplomatici efficaci per le tensioni tra Cina e Taiwan. La stabilità richiede tre azioni. E cioè prevenire i conflitti, agevolare la riconciliazione, anticipare la ricostruzione. La corsa al riarmo è un fallimento generazionale. Ora vanno educati leader e diplomatici di domani». Invece “gli europei non sono uniti neppure nella mediazione in Ucraina, quindi ora non hanno potere. Gli Usa sono imprevedibili e frammentano l’Occidente. La Russia non ha veri alleati e il ritorno alle potenze regionali riporta a uno scenario ottocentesco. La tensione si scatena per motivi territoriali, etnico-religiosi, di sfruttamento delle risorse. Niente succede mai per caso. Nulla accade davvero all’improvviso. Invece oggi non si consente all’Onu di prevenire le guerre. È quando sale la tensione che bisogna agire costringendo i contendenti a una trattativa preventiva. Va scongiurato che qualcuno spari un primo colpo. Poi si lavora alla riconciliazione qualora quel primo colpo sia stato davvero sparato”.

Trattativa necessaria
“Con Vladimir Putin si deve trattar Anche per fargli scoprire le carte e scoprire quali sono davvero le sue intenzioni. La pace si fa con i nemici e serve un exit strategy che consenta ai vari attori di non perdere la faccia– prosegue Josè Ramos Horta-. È sempre controproducente la demonizzazione del nemico. Guardiamo a quanto succede a Gaza, in Ucraina, in Afghanistan, in Libia, in Myanmar, nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan, dove si registra la peggiore crisi umanitaria al mondo. Timor Est è entrata nell’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico, anche grazie all’Indonesia da cui si è staccata dopo un conflitto da oltre 100 mila morti”. L’Indonesia, puntualizza il Premio Nobel per la pace, “ha mostrato abilità politica e maturità. Invece di rifiutarci perché noi li avevamo respinti in un referendum, hanno accettato la nostra amicizia. Abbiamo superato la violenza del passato. Proseguiamo con la riconciliazione, non con la vendetta. Un cammino fatto non di rabbia e violenza, ma di guarigione delle ferite dell’anima e del corpo così da edificare tutti una società pacifica, inclusiva e tollerante“.

Doppi standard
“Non è facile essere ottimisti di fronte alle crisi globali ma un segnale di speranza arriva dalle mobilitazioni popolari. Deve rincuorarci vedere milioni di persone negli Usa e in Europa protestare contro le politiche dei loro governi su Gaza. C’è un tragico divario tra i popoli e le élite europee. La politica dell’Occidente su Israele ha sprofondato la cosiddetta civiltà occidentale in una voragine di immoralità. Si smarriscono le proprie identità ed etica rimanendo indifferenti davanti a un genocidio. È inaccettabile parlare di democrazia e diritti umani per poi tacere su Gaza. I doppi standard di valutazione ci indeboliscono tutti. Non possiamo indignarci per l’Ucraina e poi accampare scuse per Gaza. Per impedire futuri bagni di sangue la prevenzione funziona solo se si impara dai fallimenti e se si rinuncia alla tentazione dell’omertà che diviene complicità nelle stragi”.

