L’eccezione europea: la pace come scelta fondativa

La messa in comune delle risorse strategiche, a partire da carbone e acciaio, ha rappresentato un atto di sovranità condivisa che ha sottratto alla competizione nazionale gli strumenti materiali del conflitto. L'analisi di padre Giulio Albanese

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Foto di Christian Wiediger su Unsplash

L’opzione europea della pace come fondamento. “Attribuire la pace europea del secondo dopoguerra alla deterrenza militare significa trascurare il principale fattore trasformativo del continente. Una scelta politica senza precedenti – spiega padre Giulio Albanese, sacerdote comboniano e giornalista-. L’Europa non ha cessato di combattersi perché minacciata dalle armi nucleari. Ma perché ha intrapreso un processo di integrazione volto a disinnescare le cause strutturali della guerra”.  Da due anni è membro del Consiglio della sezione per i rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato. Osserva padre Albanese: “La messa in comune delle risorse strategiche, a partire da carbone e acciaio, ha rappresentato un atto di sovranità condivisa che ha sottratto alla competizione nazionale gli strumenti materiali del conflitto. Come compresero figure quali De Gasperi, Adenauer e Schuman, la pace non poteva essere garantita dall’equilibrio delle forze, ma dalla loro integrazione“. In questo senso l’Unione europea “va interpretata non come un semplice spazio di libero scambio, ma come un esperimento politico fondato sull’interdipendenza istituzionalizzata. Ogni arretramento rispetto a questo progetto ha coinciso con il riemergere della violenza ai margini del continente, come dimostrano i conflitti balcanici degli anni Novanta e, più recentemente, la guerra in Ucraina”.

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Foto di 👀 Mabel Amber, who will one day da Pixabay

Anomalia europea

L’Europa contemporanea, aggiunge padre Albanese, “si caratterizza per un paradosso strutturale: una concentrazione straordinaria di risorse economiche, tecnologiche e normative che non si traduce in una capacità decisionale proporzionata. Pur rappresentando una delle maggiori economie integrate del pianeta e il più influente spazio regolatorio globale, l’Unione europea continua a operare come un attore politicamente incompiuto”. In un sistema internazionale sempre più organizzato intorno a grandi blocchi continentali, “questa asimmetria risulta sempre meno sostenibile. Le catene del valore si stanno regionalizzando, la competizione tecnologica si sta militarizzando e le risorse strategiche sono tornate strumenti di pressione geopolitica. In tale contesto, la deterrenza tende a funzionare come un surrogato della politica”. Ossia “una soluzione temporanea che rinvia il momento della scelta, rafforzando al contempo le condizioni della propria necessità”. Quindi il futuro dell’Europa “dipende dalla capacità di compiere un salto qualitativo verso una Unione politica dotata di reali poteri decisionali in ambiti chiave quali politica estera, difesa, energia, industria strategica e tecnologia. Ciò implica il superamento funzionale della sovranità nazionale in settori in cui la dimensione statale risulta ormai insufficiente”, puntualizza il missionario comboniano.

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Europa immagine tratta di Carl Campbell su Unsplash

Politica estera Ue

“Un’Europa politica non equivale a un’Europa militarizzata. Al contrario, significa ricollocare sicurezza e difesa all’interno di un progetto normativo orientato alla tutela della dignità umana, della giustizia e della pace – evidenzia padre Giulio Albanese Come ricordato da Giovanni XXIII e ribadito dal Concilio Vaticano II, la pace non può essere fondata sull’equilibrio degli armamenti, ma su istituzioni giuste e relazioni cooperative. La scelta che l’Europa si trova oggi ad affrontare è dunque eminentemente politica: completare il proprio progetto di integrazione o accettare una progressiva marginalizzazione in un ordine internazionale dominato dalla forza. La pace europea non è nata dalla paura, ma dal coraggio della politica. La sua sopravvivenza dipende dalla capacità di rinnovare quella scelta nel presente”.

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