SABATO 18 FEBBRAIO 2017, 000:42, IN TERRIS

Migranti citano in giudizio l'Italia, il Bel Paese rischia nuova condanna da Strasburgo

L’accusa è quella di aver eseguito rimpatri collettivi lo scorso agosto. A denunciare cinque cittadini sudanesi

LAURA BOAZZELLI
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Migranti citano in giudizio l'Italia, il Bel Paese rischia nuova condanna da Strasburgo
Migranti citano in giudizio l'Italia, il Bel Paese rischia nuova condanna da Strasburgo
L’Italia rischia una nuova condanna alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu). Dopo quella del il 23 febbraio del 2012, per respingimenti in mare verso la Libia operati durante il governo Berlusconi, dove vennero violati gli articoli 3, 4 e 13 della Cedu. A fare ricorso sono cinque cittadini sudanesi vittime di un rimpatrio eseguito il 24 agosto 2016. L’accusa verso il governo italiano è quella di aver eseguito "rimpatri collettivi, contravvenendo alla convenzione dei diritti dell’uomo".

"Trumpismo all'italiana"


“Il ricorso è stato depositato dopo un viaggio in Sudan – spiega Filippo Miraglia, vicepresidente di Arci nazionale – dove gli avvocati e alcuni attivisti hanno incontrato 5 dei 40 sudanesi rimpatriati a seguito di un accordo tra la polizia italiana e quella sudanese, passato senza nessun controllo del Parlamento. Queste persone sono state recuperate a Ventimiglia e dopo un passaggio nell’hotspot di Taranto, sono state riportate in autobus a Milano e poi a Torino, per essere infine rimpatriati verso il Sudan. Solo un gruppo è riuscito a non salire sull’aereo riuscendo così a ottenere asilo, a dimostrazione che se anche gli altri avessero chiesto asilo l’avrebbero ottenuto”. Secondo Miraglia si tratta di un “trumpismo all’italiana” che punta solo su controlli e rimpatri, come dimostra il decreto Minniti e i recenti accordi con i paesi transito, come quello recente con la Libia.

Il caso


L'accaduto era stato già denunciato dalle organizzazioni che fanno parte del "Tavolo asilo in Italia". La vicenda risale al 24 agosto scorso, quando in applicazione all’accordo stipulato tra i le forze di polizia italiane e sudanese, 40 persone furono rimpatriate forzatamente a Karthoum. Uno dei ragazzi ha raccontato di essere arrivato in Italia il 29 luglio. Dalla Sicilia si era poi spostato a Roma, poi a Ventimiglia. Qui aveva trovato accoglienza nella struttura della Croce Rossa italiana. Secondo gli avvocati, né lui né gli altri hanno mai ricevuto informazioni sul diritto d’asilo e sulle possibili conseguenze della mancanza di una richiesta di protezione internazionale.

Il 18 agosto sono stati arrestati e costretti all’identificazione con l’uso della forza: “è stato prima preso a schiaffi e poi forzato, dito per dito, a lasciare le impronte”, si legge nel ricorso fatto da cinque sudanesi. Il testo parla di “veri e propri rastrellamenti”, dopodiché i ragazzi sono stati rimpatriati su un volo Egyptair. Durante l’imbarco i migranti avrebbero posto resistenza e per questo sono stati immobilizzati e ammanettati. Secondo gli avvocati è stato lo stesso Giovanni Pinto, capo della direzione centrale della Polizia di frontiera, a confermare l’episodio parlando dell’utilizzo di "fascette di veltro". Dopo il rimpatrio forzato, i ragazzi hanno ricevuto in Sudan la pena del divieto di espatrio per 5 anni.

Le accuse


Quello del 24 agosto è stato il primo rimpatrio forzato di cittadini sudanesi dall’Italia. Secondo gli avvocati, il Bel Paese avrebbe violato l’articolo 3 della Cedu e ha contravvenuto art.19 del Dlgs 286/98 della legge italiana, secondo cui nessuno può essere espulso verso Paesi non sicuri. “Il ricorso serve a rimarcare che gli accordi con paesi come il Sudan non si possono fare e non hanno valore giuridico – aggiunge Fachile -. Inoltre non è possibile effettuare rimpatri collettivi: ogni rimpatrio va fatto sulla base di una situazione specifica non in base al paese di origine”.

Per gli avvocati, quella del 24 agosto, è stata un’operazione “programmata e preordinata” (visto che la gara per l’aggiudicazione del volo per il rimpatrio è iniziata il 12 agosto). A far parte della spedizione in Sudan anche Sara Prestianni, di Arci: “E’ In cambio di questo accordo il Sudan ci chiede la formazione della sua polizia di frontiera ma è una follia pensare che un paese come questo possa monitorare i flussi, soprattutto perché la frontiera nord del paese è controllata dai Janjaweed una forza paramilitare che supporta le forze statali della dittatura – spiega - . Anche gli attivisti in Sudan sono preoccupati da questa collaborazione con la polizia italiana, in cui si nega che Al Bashir sia un dittatore”.
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