Ecco come il lavoro diventa a misura di famiglia

Tiziana Pompei (direttore generale Si.Camera) spiega l'obiettivo della certificazione della conciliazione tra vita familiare e lavoro

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Famiglia. Foto © Pexels da Pixabay.

Il lavoro a misura di famiglia. “L’obiettivo della certificazione della conciliazione tra vita familiare e lavoro è affiancare le aziende favorendo dall’interno della realtà lavorativa un cambiamento culturale e facendo comprendere al tempo stesso che conviene certificarsi”, spiega Tiziana Pompei, direttore generale di Si.Camera (Sistema Camerale Servizi), la società in-house di Unioncamere dedicata all’innovazione e all’erogazione di servizi specialistici per la pubblica amministrazione e le imprese. Ricopre inoltre l’incarico di vicesegretario generale di Unioncamere. Il progetto finalizzato al “work-life balance” (equilibrio vita-lavoro) è realizzato dai Dipartimenti per le politiche della famiglia e per le pari opportunità insieme a Unioncamere, l’ente pubblico che rappresenta e coordina l’intero sistema delle Camere di commercio italiane.

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Foto SiCamera

Cosa significa certificare la conciliazione dei tempi vita-lavoro?
“Da un lato la certificazione consente di misurare alcuni requisiti di un’impresa e di dimostrare che sono stati raggiunti degli obiettivi. Quindi ciò ha una connotazione tecnica, matematica. Dall’altro lato, però, è anche un modo per far entrare i comportamenti e i valori di conciliazione vita-lavoro all’interno dell’azienda e da lì nella società. Quindi, per esempio, si tratta anche di incidere sulla mentalità e di cambiare il linguaggio nell’afrontare queste tematiche. Ne derivano un’evoluzione nel modo di relazionarsi con gli altri, un dato culturale che comporta miglioramenti nell’ambiente di lavoro. La certificazione insomma è un mezzo attraverso il quale si può far entrare in azienda una mentalità, una cultura. Così gradualmente cambia il clima aziendale, il rapporto tra persone, assorbendo valori importanti da condividere e sui quali è vantaggioso investire. Quanto viene introiettato sul lavoro viene poi trasferito in famiglia e nella società”.

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Foto di Kelly Sikkema su Unsplash

Dall’azienda alla società?
“Se dentro l’azienda si praticano valori e comportamenti che favoriscono la conciliazione dei tempi vita-lavoro, alla fine inevitabilmente ciò si riflette sulla società, perché poi le 20 milioni di persone che sono nelle aziende tornano a casa e trasferiscono ai propri familiari, ai propri figli, quanto hanno introitato nel contesto lavorativo. Un cambiamento culturale si comincia a realizzare così, passo dopo passo. Lo abbiamo visto anche noi a Si.Camera quando ci siamo certificati per parità di genere. Pur essendo una società che si è sempre occupata di parità di genere, di imprenditoria e quindi pur avendo questi valori nel nostro Dna aziendale ci siamo andati a guardare dentro e abbiamo riscontrato che su alcuni aspetti e comportamenti qualcosa poteva essere effettivamente migliorato”.
I due aspetti quindi convivono?
“Sì può capitare che un’azienda decida di certificarsi per acquisire una certificazione utile a vincere una gara d’appalto o per ottenere lo sgravio contributivo ma poi si renda conto che tutto sommato adeguarsi alle pratiche di conciliazione-vita lavoro comporta un vantaggio in sé per l’impresa, la rende più attrattiva per chi si candida a lavorarci e motiva chi è dentro a restare, così ne trae beneficio la reputazione sul mercato e presso gli investitori. Abbiamo esperienza diretta come azienda di quanto avere attenzione verso lo smart working, la flessibilità e altri aspetti della conciliazione vita-lavoro faccia spesso la differenza per chi deve scegliere tra diverse offerte di impiego. Con conseguenze positive anche sulla percezione che di un’azienda si ha all’esterno”.

Foto di Aedrian Salazar su Unsplash

Tutto ciò rientra anche in una più ampia ottica di sostenibilità?
“Sì ed è una dimensione sempre più rilevante come dimostra un recente studio sugli assessment realizzato da Dintec, il consorzio per l’innovazione tecnologica di Unioncamere, Enea e delle Camere di commercio italiane che opera sui temi legati all’innovazione e al trasferimento tecnologico a supporto delle micro, piccole e medie imprese. Il report Dintec ha analizzato imprese sia maschili che femminili dal punto di vista del loro posizionamento rispetto ai criteri Esg di sostenibilità (ambiente, società e governance) attraverso i quali si misura l’impatto etico di un’impresa. Anche la certificazione vita-lavoro potrà incidere sul posizionamento nel sistema imprenditoriale. C’è inoltre un effetto domino quando si vede che l’azienda che si è certificata aumenta il fatturato, ha un buon posizionamento Esg, se va in banca e le viene concesso il finanziamento, se la percezione degli investitori muta. Un po’ come avviene per gli investimenti. L’azienda cresce se investe nell’ innovazione e nella formazione, esporta, internazionalizza, ma anche se crea un’ambiente di lavoro favorevole con misure di work-life balance. La conciliazione dei tempi vita-lavoro è un investimento  più a lungo termine ma che rende più forte un’impresa. Un investitore illuminato guarda anche a questo e non solo al profitto”.

 

 

 

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