“La sobrietà”, il cinema come introspezione

La settima arte come strumento attraverso cui tentare di afferrare una verità che appare, sin dall’inizio, instabile e sfuggente.

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Foto di Jeremy Yap su Unsplash

L’attore britannico Cary Elwes  considerava il cinema “un modo per porsi domande e il film “La sobrietà” ne è una conferma. Il film si sviluppa come un’indagine sul fragile equilibrio tra realtà e rappresentazione. Un’opera di introspezione, riferisce Skytg24, che mette in scena un universo in cui l’atto del filmare diventa progressivamente indistinguibile dall’oggetto filmato. Al centro della vicenda si colloca Rodrigo, regista attraversato da una fase di profonda crisi professionale, il cui percorso viene improvvisamente deviato dall’incontro con Kimba, figura centrale e ambigua del panorama cinematografico che lo circonda. Un progetto tra cinema, controllo e crisi creativa, che dal 27 aprile è arrivato su Prime Video (visibile anche su Sky Glass, Sky Q e tramite la app su Now Smart Stick). Il cinema come viaggio e ricerca interiore.

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Dialogo. Foto di Kelly Sikkema su Unsplash

La sobrietà

La storia del film “La sobrietà” prende avvio quando Rodrigo, segnato da una delusione nel proprio lavoro di regista e caratterizzato da una fantasia particolarmente ipertrofica, entra in contatto con Kimba. La donna si presenta come una coach di recitazione controversa, attiva anche come preparatrice di attori e direttrice di casting. E si distingue per aver costruito attorno a sé un sistema di formazione tanto radicale quanto discusso. Kimba guida un gruppo di attrici disposte a sottoporsi a pratiche estreme pur di inseguire il successo e il riconoscimento artistico. Il suo approccio, definito “Metodo Kimba”, si configura come un insieme di pratiche manipolatorie e spesso paradossali, capaci di esercitare un forte ascendente su chi vi entra a far parte.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Progetto

Di fronte a questo contesto, nel film “La sobrietà”, sottolinea Skytg24, Rodrigo decide di avviare un progetto documentaristico con l’intento dichiarato di indagare la figura di Kimba e svelare le contraddizioni insite nel “Metodo Kimba”. A sostenerlo in questa impresa c’è Cornelio, sceneggiatore anch’egli segnato da una condizione di precarietà professionale e coinvolto direttamente nella costruzione del progetto. L’obiettivo iniziale è quello di smascherare ciò che si cela dietro la facciata del metodo e di osservare da vicino le dinamiche che regolano il rapporto tra Kimba e le attrici che ne fanno parte. Le riprese diventano così lo strumento attraverso cui tentare di afferrare una verità che appare, sin dall’inizio, instabile e sfuggente. La trasformazione dello sguardo e la crisi dei confini, quindi. Con il procedere del lavoro filmico intradiegetico, la distinzione tra osservatore e osservato inizia progressivamente a dissolversi.

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Foto di Sasha Freemind su Unsplash

Realtà-finzione

Il progetto, nato come indagine razionale e documentata, si trasforma in uno spazio sempre più ambiguo, in cui le categorie di realtà e finzione si sovrappongono e si confondono. La cinepresa, inizialmente strumento di analisi, diventa parte integrante del sistema che intendeva osservare, generando un cortocircuito percettivo. La domanda su chi stia realmente esercitando il controllo sullo sguardo attraversa l’intera narrazione, fino a diventare il nucleo stesso della vicenda. La sobrietà è un film diretto da Carlo Fenizi e prodotto da TEJO. Nel cast figurano Michele Venitucci, Eva Basteiro-Bertolí, Cloris Brosca, Shaila Esposito, Julieta Marocco, Cosetta Turco e Francesco Zenzola. A questi si aggiungono le partecipazioni straordinarie di Antonia San Juan, Carmen Russo e Amanda Lear, che completano il quadro interpretativo dell’opera.

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