La radice missionaria del pontificato di Leone XIV

Papa Prevost rievoca quando visitò Puebla in Messico come Priore Generale degli Agostiniani

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Papa Leone XIV (@ Vatican News)

La vocazione missionaria del primo Papa agostiniano e statunitense della storia. A partire dalla storia del Messico, Leone XIV rievoca come ”i primi evangelizzatori – diocesani, francescani, domenicani, agostiniani e gesuiti – hanno assunto con fedeltà il compito di fare ciò che Cristo comandava. Dove predicavano, prosperava la fede e con essa la cultura, l’istruzione e la carità. Così, poco a poco, la massa continuò a fermentare e il Vangelo divenne pane capace di nutrire la fame più profonda di quel popolo”. Rivolto ai partecipanti del Congresso in corso a Puebla, il Pontefice ha richiamato in particolare “la figura del beato Juan de Palafox y Mendoza, pastore e missionario che intendeva il suo ministero come servizio e fermento”. Robert Francis Prevost ha aggiunto: “Ricordo bene quando visitai Puebla come priore generale degli Agostiniani. La figura del Beato ara ancora viva nella memoria degli abitanti di Puebla”. E la sua vicenda continua a interpellare anche “i pastori di oggi, poiché insegna che governare è servire”. E che “ogni autorità, quando esercitata secondo il criterio di Cristo, diventa fonte di comunione e di speranza”.

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Una chiesa cattolica in America Latina. Immagine di repertorio. Foto di Allan Francis su Unsplash

Vocazione missionaria

Il vero missionario, evidenzia Leone citando gli scritti del Beato messicano, “non domina, ma ama; non impone, ma serve”. E non strumentalizza la fede per ottenere vantaggi personali,  né materiali, né di potere, né di prestigio, ma condivide la fede come il pane”.
Anche il tempo di oggi, nella prospettiva del Pontefice che per gran parte del suo apostolato è stato missionario e pastore in uno degli angoli più disagiati dell’America Latina, si presenta come una macina. Nella quale “i dolori della povertà, le divisioni sociali, le sfide delle nuove tecnologie e i sinceri desideri di pace continuano a essere macinati come nuova farina che rischia di essere fermentata con il lievito cattivo”. Per questo Gesù anche oggi chiama i missionari “ad essere le mani della Chiesa che mettono il lievito del Risorto nella pasta della storia, affinché la speranza torni a fermentare”. Secondo Leone XIV il vero missionario condivide “la fede come il pane”. Cristo stesso lo attira a sé e lo chiama a “sporcarsi le mani” con la pasta della storia”. Affinché la fede, come lievito, possa operare “nella storia e nelle culture dei popoli, fino a trasformarle dall’interno”.

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Foto di Bernardo Ramonfaur su Unsplash

La lezione di Puebla

Leone XIV, riferisce l’agenzia missionaria vaticana Fides, ha inviato un intenso messaggio a vescovi, sacerdoti, consacrati, consacrate e laici riuniti a Puebla de los Ángeles. Nel 17° Congresso nazionale missionario del Messico il Papa riconosce “la generosità che sostiene l’opera missionaria della Chiesa”. Attraverso “la preghiera perseverante, i sacrifici compiuti e il sostegno spirituale e materiale”. Il Pontefice descrive “le dinamiche proprie e imparagonabili che connotano l’opera missionaria della Chiesa”. Robert Francis Prevost prende spunto dall’immagine domestica utilizzata da Gesù nella parabola del lievito utilizzata da Gesù nel Vangelo secondo Matteo. Dove il Figlio di Dio dice che “Il Regno dei Cieli è simile a un po’ di lievito che una donna mescola con una grande quantità di farina, finché tutta la pasta è lievitata” (Mt 13,33). Il lievito di cui parla Gesù, precisa Leone XIV, “era diverso dai lieviti secchi o industriali che oggi si usano per cuocere il pane. A quel tempo si conservavano piccoli pezzi di pasta dei giorni precedenti, già fermentata, che, mescolati con nuova farina e acqua, facevano fermentare l’intero impasto”. San Girolamo nel suo commento al Vangelo di Matteo “identifica la donna della parabola con la Chiesa stessa”. Che “con pazienza è capace di integrare la fede nella storia e nelle culture dei popoli, fino a trasformarle dall’interno”. San Giovanni Crisostomo commenta che “il lievito, sepolto, non viene distrutto, ma cambia tutto alla propria condizione“.

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Foto di Jezael Melgoza su Unsplash

Lievito del Vangelo

Anche in Messico, puntualizza Leone XIV, “la salvezza portata da Gesù ha raggiunto persone, gruppi e popoli secondo le dinamiche suggerite da Cristo stesso con le sue parabole”. Così “il lievito del Vangelo è arrivato nelle mani di pochi missionari. Erano le mani della Chiesa, che avrebbero cominciato a impastare il lievito che portavano con sé (cioè il deposito della fede) con la farina nuova di un continente che ancora non conosceva il nome di Cristo”. Così è iniziato un lento “processo di fermentazione. Il Vangelo non ha cancellato ciò che ha trovato, ma lo ha trasformato. Tutta l’incredibile ricchezza degli abitanti di quelle terre – lingue, simboli, costumi e speranze – è stata impastata con la fede, finché il Vangelo ha messo radici nei loro cuori e ha fiorito in opere di santità e bellezza uniche”. Quindi  non basta dire “Signore, Signore”, precisa il Pontefice riprendendo altre parole del Vangelo secondo Matteo. E’ necessario invece “mettere le mani nella pasta del mondo”. Non serve “basta parlare della farina senza sporcarsi le mani”. Occorre piuttosto “toccarla – come diceva Crisostomo –, mescolarsi con essa, lasciare che il Vangelo si fonda con le nostre vite fino a trasformarle dall’interno”. Così “crescerà il Regno, non con la forza né con il numero, ma con la pazienza di coloro che, con fede e amore, continuano a impastare insieme a Dio”. Infine l’appello papale a “lavorare con fedeltà, finché ‘tutta la pasta sarà lievitata”.

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