La pretesa di avere sempre ragione: “complesso di Aristotele”

La presunzione non ricerca l’oggetto, la soluzione e l’esito di un dialogo: l’obiettivo esclusivo è quello di sconfiggere l’interlocutore e di dimostrare di essere il “migliore”

Foto di Ernie A. Stephens su Unsplash

La locuzione “Complesso di Aristotele” caratterizza chi vuole avere sempre ragione e che si considera, nel mondo contemporaneo della “tuttologia”, in una posizione di superiorità, in ogni campo del sapere, pur di prevalere rispetto al prossimo.

Chi ne soffre, nel suo delirio di onnipotenza, disprezza l’altro e lo ritiene esclusivamente funzionale al desiderio di accrescere in potenza e successo.

Questa caratteristica non rappresenta una sindrome e non trova riscontro in pubblicazioni scientifiche né nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). Si tratta di una tendenza, di un atteggiamento di superiorità e di mancato riconoscimento dell’alterità.

L’unica versione, ufficiale e diffusa, riguardo l’origine della locuzione, affibbiata ad Aristotele, rimanda alla sua presunta “superbia”, soprattutto nei confronti dell’ex maestro Platone. In realtà, il filosofo di Stagira, si rese “colpevole” di aver preso le distanze dal “filosofo delle idee” e di aver avviato una scuola (il Liceo) in linea con i suoi principi.

Era l’epoca trionfante del sofismo, della persuasione e della retorica. Non a caso, Socrate, già maestro di Platone, con la sua maieutica e il suo principio del “so di non sapere”, invitava gli altezzosi interlocutori (spesso sofisti) a riconsiderare il fondamento della propria conoscenza, dell’intima verità posseduta.

Il riferimento della locuzione ad Aristotele, quindi, potrebbe essere rivista, a suo vantaggio, solo in quanto autore del trattato “Retorica”, che definisce “la facoltà di scoprire il possibile mezzo di persuasione riguardo a ciascun soggetto”, strumenti e tecniche per convincere il pubblico.

Occorre ricordare come il filosofo di Stagira attribuisse, proprio al linguaggio, l’alto valore etico di discernere tra giusto e ingiusto, nel rispetto dell’altro.

Il disturbo rappresenta la declinazione, legata alla sapienza e alla conoscenza, del più ampio (e noto) “complesso di superiorità”.

Nasce, spesso, da una profonda insicurezza interiore che deflagra in un autoritarismo assoluto e sordo, incapace di relazioni e dialogo, di accogliere le critiche, di ascoltare le opinioni e di confrontarsi.

L’arrogante può agire inconsapevolmente, senza rendersi conto appieno di questa stortura mentale, tanta è la convinzione di essere superiore. Altre volte, si sforza di esserlo e di dimostrarlo.

È talmente dipendente, da questa sua esigenza di ragione, che ritiene di dispensare verità anche nel caso in cui non abbia competenza in materia e si trovi, oltretutto, dinanzi a individui specializzati e formati. Dal vittorioso al ridicolo, il passo è breve.

Le insane convinzioni lo conducono a relazioni sociali deteriorate, con chiunque.

In ambito di gruppo, soprattutto lavorativo, costituisce un ostacolo, in quanto arduo relazionarsi o attendere disposizioni valide, ancorate alla realtà. È depositario della verità: ne è convinto e anche gli altri devono convincersi.

Si realizza il cosiddetto bias cognitivo della conferma: si cercano motivazioni a supporto della propria idea escludendo quelle che potrebbero confutarla.

Il 21 giugno 1998, San Giovanni Paolo II, rivolto ai membri della Conferenza Episcopale Austriaca, sottolineò “Incoraggiando il dialogo non intendo semplicemente dire che si debba parlare di più. Nel nostro tempo si parla tanto, ma questo non facilita necessariamente la reciproca intesa. Purtroppo, il dialogo può anche fallire. […] Il primo pericolo consiste nella pretesa di avere sempre ragione. È il caso di interlocutori che non si fanno guidare dall’intenzione di comprendere, ma esigono solo per se stessi tutto lo spazio del dialogo. In questa linea, presto non esiste più uno scambio sincero. La diversità che arricchisce diventa opposizione combattiva in cerca dello scenario per presentare il proprio monologo. Tra gli interlocutori si erge un muro freddo che separa mondi chiusi in se stessi. Alla sincera ricerca comune della verità si sostituiscono pretese, minacce e imposizioni. […] Sono più forti infatti le cose che uniscono i fedeli che quelle che li dividono; ci sia unità nelle cose necessarie, libertà nelle cose dubbie e in tutto carità”.

La professoressa Flavia Trupia è l’autrice del volume “Viva la retorica sempre!” (sottotitolo “Il superpotere della parola”), pubblicato da “Piemme” nel gennaio dello scorso anno. Parte dell’estratto recita “La retorica è l’arte della parola e, si sa, le parole sono importanti: vanno scelte con cura. Possono ferire e soggiogare, ma anche rendere il mondo più giusto e più umano. Basta saperle usare. La retorica ci aiuta quando meno ce lo aspettiamo, ci permette di comunicare, amare e farci amare, capirci l’un l’altro.  […] Fa uscire dal cassetto idee brillanti e mai realizzate, ci aiuta a individuare la manipolazione, e a tenerla a bada. […] La retorica è ovunque, allora bisogna saperla maneggiare. Con cura e consapevolezza, sapendo che puoi fare e farti male”.

Il 5 luglio scorso, euronews.com, al link https://it.euronews.com/2025/07/05/la-gen-z-europea-perde-la-fiducia-nella-democrazia-per-24-italiani-si-a-governo-autoritari, riportava “Secondo i risultati di un sondaggio condotto da YouGov nei mesi di aprile e maggio tra oltre 6700 giovani di età compresa tra i 16 e i 26 anni in sette Paesi, solo il 57 per cento della Generazione Z in Europa preferisce la democrazia a tutte le altre forme di governo. In Germania la percentuale raggiunge il 71 per cento, in Polonia il 48 per cento e in Francia e Spagna il 51-52 per cento. Il 21 per cento dei giovani ha dichiarato che sosterrebbe un governo autoritario ‘a certe condizioni’. Questo tasso ha raggiunto un massimo del 24 per cento in Italia e un minimo del 15 per cento in Germania. In Francia, Spagna e Polonia la percentuale è del 23 per cento. Il 9 per cento degli intervistati ha dichiarato che per loro non fa differenza se la forma di governo è democratica o meno, mentre il 14 per cento non ha un’opinione o è indeciso”.

I social, specchio positivo e negativo della vita reale, rappresentano un’ottima vetrina per i “tuttologi” del terzo millennio, in grado di dispensare cultura e sapere su ogni argomento, senza tema d’essere smentiti (a costo di arrampicarsi sugli specchi).

Le ripercussioni più gravi si riflettono sui giovanissimi, costretti alla polemica, al silenzio, in un baratro di arroganza mista a bullismo. L’insicurezza tipica degli adolescenti, posta dinanzi a tale muro di dispotismo, può provocare, nei giovani soggetti, cali di autostima e difficoltà di sviluppo della personalità, di creazione dell’identità.

Il fenomeno è piuttosto serio poiché puntella, di fatto, l’incomunicabilità, aumenta la distanza fra il superbo (intollerante al pensiero altrui) e l’interlocutore naturalmente disposto al dialogo ma frenato, infastidito dall’evidente boria.

A chiunque è capitato, o capita, di imbattersi in personaggi simili e di rilevarne la fastidiosa prosopopea. È necessario tuttavia, un esame di coscienza e chiedersi: lo sono anch’io? Si parla sempre degli altri ma occorre interrogarsi se si incorra, personalmente, a volte, in frangenti simili. Tra le varie mancanze di un superbo, infatti, vi è quella di non considerare l’ipotesi di un esame di coscienza, di non porsi il dubbio di agire e parlare in maniera scorretta.

Tale soggetto pensa di avere tutto ma perde il valore della condivisione, dell’empatia, dell’aiuto reciproco e della compassione; si condanna (seppur dopo un’effimera e iniziale persuasione) all’isolamento e alla solitudine.

Colui che ritiene di essere sempre nella ragione, specularmente pretende di trovarsi nella condizione di non aver torto, di essere infallibile. Si tratta di un atteggiamento puerile, di una persona a cui l’esperienza dovrebbe aver insegnato la fallacia dell’essere umano.

L’altezzosità dell’individuo, in questo caso dimostra quanto sia profonda la convinzione di egemonia, al punto di considerarsi una divinità o, al tempo stesso, di poterne fare a meno.

Il complesso può essere anche riferibile a una comunità o a un gruppo di persone che disprezza un’altra comunità o un singolo, con ripercussioni gravi, minando le basi della socialità, tra familiari, amici, pari, colleghi, partner, sino ad arrivare alle sfere più alte del potere. Individui e società più libere riescono a non farsi trascinare nel vortice della superiorità, altre, più fragili e deboli, sono esposte a una discriminazione culturale e reale, a un solco sempre più profondo fra oppressione e libertà, tra ideologia e sottomissione.

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