Integralismo e violenza: a Dacca il no dei vescovi

La manifestazione pacifica delle comunità cattoliche l'allarme-Bangladesh lanciato dal vescovo Subroto Boniface Gomes

Dacca
Foto di Niloy Biswas su Unsplash

Il grido d’aiuto dei cristiani di Dacca: sos persecuzioni. Una manifestazione pacifica nel centro della capitale marciando mano nella mano. I fedeli e le comunità parrocchiali hanno organizzato una marcia silenziosa e un sit-in in per la pace. L’obiettivo è stato quello di segnalare le intimidazioni subite. E ribadire che “la comunità cristiana è pronta a costruire un paese inclusivo, rispettoso della dignità di tutte le culture, etnie e  religioni”. Un’iniziativa, quindi per rifiutare ogni forma di integralismo e di violenza. No alle persecuzioni, quindi. Monsignor Subroto Boniface Gomes è il vescovo ausiliare di Dacca spiega all’agenzia missionaria vaticana Fides l’impegno dell’episcopato. Un incessante opera di testimonianza per segnalare alle autorità civili e all’opinione pubblica la preoccupazione dei cattolici in una fase delicata della storia nazionale. “Diversi episodi di violenza hanno cercato di intimidirci e di gettare un’ombra sulla convivenza“, afferma il vescovo Subroto. Una bomba rudimentale è esplosa davanti al cancello dal complesso della cattedrale di Santa Maria a Dacca. E un’altra bomba è esplosa al collegio di San Giuseppe, poco lontano. La comunità cattolica e quella scolastica sono impaurite.

Dacca
Foto di Shohidul Alam su Unsplash

Emergenza Dacca

“Nonostante gli attentati, le celebrazioni liturgiche e le lezioni si sono svolte regolarmente nei giorni scorsi – racconta il presule-. Una bomba è stata lanciata contro la chiesa più antica della capitale, la chiesa cattolica del Santo Rosario. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità degli attacchi terroristici. Non sappiamo chi ha compiuto tali atti intimidatori, ma c’è timore tra la gente. Come vescovi abbiamo scritto un messaggio ai fedeli, richiamando le parole di Gesù: ‘Non abbiate paura. Restiamo saldi nella fede’. Abbiamo fatto presente la nostra condizione alle autorità civili. E’ in corso un’indagine, siamo in una fase di incertezza e tensione sociale, bisogna capire come si evolveranno le vicende politiche. Il governo ad interim fa fatica a controllare la situazione”. Un fattore di instabilità riguarda la vicenda di Sheikh Hasina. Un tribunale ha condannato a morte Hasina, dopo un processo durato diversi mesi, emettendo  la sentenza in contumacia, dato che la leader è fuggita in India dopo i disordini dell’estate 2024. La Corte per i crimini internazionali del Bangladesh l’ha ritenuta colpevole di aver ordinato la repressione della rivolta studentesca nel 2024, in cui vennero uccise circa 1.400 persone.

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Foto di Ehteshamul Haque Adit su Unsplash

Caso Hasina

L’ex primo ministro Sheikh Hasina, riferisce Fides, è stata condannata all’ergastolo per crimini contro l’umanità e alla pena di morte per aver ordinato gli omicidi dei manifestanti. La difesa ha sostenuto che le accuse sono “infondate e politicamente motivate”. Puntando l’indice contro “un tribunale-farsa“. Il verdetto potrà essere impugnato presso la Corte Suprema. E’ lo scenario che si profila alla vigilia delle elezioni. Nell’atteso passaggio elettorale, previsto nei primi mesi del 2026, non vi sarà la Awami League, il partito dell’ex premier Hasina, messo al bando  dalla commissione elettorale. Osserva monsignor Subroto: “La strada verso il voto non è ancora ben chiara. Ci sono diversi ostacoli e punti interrogativi. Vediamo che i partiti studenteschi godono del favore della popolazione. Ma anche i partiti islamici radicali hanno riguadagnato terreno e consensi. La situazione è molto fluida”. E precisa: “Ai nostri fedeli diciamo di vigilare, essere prudenti e di custodire fede, speranza  e  carità. Continuiamo la nostra vita e la nostra missione dando testimonianza di Cristo nel nostro paese”.

Dacca
Lavoro nei campi in Bangladesh. Foto di Md. Mehedi Hasan su Unsplash

Crimini contro l’umanità

L’ex prima ministra del Bangladesh Sheikh Hasina è stata condannata a morte in contumacia per crimini contro l’umanità, per la repressione delle proteste studentesche nel luglio 2024 in cui morirono 1.400 persone e che portarono alla sua estromissione dal potere. Per il leader ad interim del paese, il premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, è un “verdetto storico“. Per l’ex premier, ora in esilio in India, si tratta di sentenza e di una condanna “parziali e politicamente motivate”. Il Bangladesh ha già chiesto all’India la sua estradizione. E’ però improbabile che il paese guidato da Narendra Modi la conceda. Una mossa che potrebbe acuire le già forti tensioni tra i due Paesi. Hasina è stata processata dal Tribunale penale internazionale (Ict) a Dacca e la condanna era ampiamente attesa. Durante il suo governo di 15 anni la leader aveva spesso usato un pugno duro per mettere a tacere l’opposizione. Le proteste l’anno scorso erano iniziate per chiedere l’abolizione delle quote riservate ai parenti dei veterani della guerra d’indipendenza nei posti di lavoro governativi. Ma le contestazioni si erano presto trasformate in un movimento antigovernativo, fino a che Hasina era stata costretta a fuggire. E Yunus si era insediato a capo di un governo ad interim. Un rapporto dell’Onu ha documentato 1.400 morti nelle proteste, con sparatorie a bruciapelo, arresti arbitrari e torture.

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