Il termine expat (abbreviazione dell’inglese expatriate) indica una persona che si stabilisce, temporaneamente o definitivamente, in un Paese diverso da quello di origine. E lo fa principalmente per motivi professionali. Il loro rientro in Italia, secondo Unioncamere, può valere 12 miliardi di euro. Molti sono lavoratori specializzati. Possono essere professionisti inviati all’estero direttamente dalla propria azienda (i cosiddetti “expat aziendali“) o persone che hanno cercato e trovato lavoro in autonomia nel Paese ospitante. Oltre alla carriera, ci si sposta per motivi di studio o per migliorare la propria qualità della vita. L’invecchiamento della forza lavoro rappresenta oggi uno dei principali fattori di rallentamento della competitività delle imprese italiane e della capacità di innovazione delle imprese. Al riguardo sono state presentate analisi da Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne nel corso della Conferenza nazionale delle Camere di commercio. Secondo le elaborazioni illustrate durante l’evento, le imprese capaci di attrarre e trattenere giovani talenti registrano livelli di produttività superiori del 7,2% rispetto alle altre. Le aziende con una maggiore presenza di giovani mostrano inoltre una crescita del fatturato e dell’occupazione più elevata di 1,5 punti percentuali.

Imprese ed expat
Particolare attenzione è stata dedicata appunto al fenomeno dell’emigrazione giovanile. Negli ultimi dieci anni i giovani tra i 20 e i 34 anni che hanno lasciato l’Italia sono passati da 37 mila a circa 70 mila unità. Secondo Unioncamere, il rientro anche solo della metà dei giovani emigrati negli ultimi cinque anni, poco più di 250 mila persone, potrebbe generare un impatto economico fino a 12 miliardi di euro, pari a circa mezzo punto di Pil. I dati evidenziano come la propensione all’ innovazione sia strettamente collegata all’età media dei lavoratori. La capacità di innovare nei processi produttivi cresce fino a una media di 36 anni degli occupati, mentre quella legata ai prodotti raggiunge il picco intorno ai 42 anni. Oggi circa il 60% delle imprese italiane avrebbe già superato la soglia oltre la quale la spinta innovativa tende a ridursi. “Le nuove generazioni vivono in una dimensione sempre più europea e confrontano opportunità, salari e qualità del lavoro”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Andrea Prete. “Per questo è necessario rafforzare il legame tra formazione e imprese, valorizzando competenze, creatività e innovazione”.

Stem
Stem è l’acronimo in inglese di Science, Technology, Engineering, and Mathematics. In italiano tradotto spesso in Stim. Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. Indica l’insieme delle discipline scientifico-tecnologiche e un approccio educativo interdisciplinare progettato per favorire il problem solving e il pensiero critico. Al forum nazionale delle Camere di Commercio è intervenuto anche il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, che ha richiamato la necessità di trasformare i progetti in risultati concreti. “Non bastano programmi e buone idee se restano sulla carta. Ai giovani dobbiamo offrire prospettive reali, occasioni di crescita e motivazioni. Oggi molti cercano altrove il proprio futuro perché non trovano qui le risposte alle loro aspettative e ai loro sogni”, osserva. Negli ultimi vent’anni la quota di occupati con più di 50 anni è passata dal 20% a circa il 40%, mentre quella degli under 35 è scesa dal 35% a meno del 25%. Nonostante ciò, le imprese continuano a puntare sui giovani. Secondo il Sistema informativo Excelsior, circa il 28% delle assunzioni programmate ogni anno è destinato agli under 30. Tuttavia quasi una posizione su due risulta di difficile reperimento, soprattutto per la carenza di candidati. Le prospettive delineate dagli scenari Excelsior indicano inoltre che tra il 2026 e il 2029 potrebbero mancare oltre 13mila laureati Stem all’anno, in particolare nei settori dell’ingegneria, dell’economia e della medicina.

