Il divario Nord-Sud secondo la Dottrina sociale della Chiesa

L'insegnamento cattolico affronta le disuguaglianze promuovendo un ordine sociale etico basato su quattro pilastri fondamentali

Il Magistero pontificio analizza il capitalismo nella sua dimensione pratica. A livello dei suoi principi basilari sarebbe accettabile dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa. Sotto vari aspetti, infatti, è conforme alla legge naturale. Poi, però, subentrano degli abusi e cioè differenti forme di ingiustizia, di sfruttamento, di violenza e di prepotenza che inficiano questa pratica di per se accettabile. Fino alle forme di un capitalismo selvaggio. Quindi sono gli abusi del capitalismo che vanno condannati secondo la Dottrina sociale della chiesa che considera le ingiustizie sociali sì come problemi economici. Ma soprattutto come vere e proprie violazioni della dignità umana. L’insegnamento cattolico, perciò, affronta le disuguaglianze promuovendo un ordine sociale etico basato su quattro pilastri fondamentali. Dignità della persona umana: ogni individuo ha un valore intrinseco dal concepimento alla morte naturale, indipendentemente dalla classe sociale o dalle condizioni economiche. Il bene comune: le ingiustizie sistemiche si superano quando le istituzioni e le leggi garantiscono le condizioni che permettono a tutti i gruppi e ai singoli di raggiungere la propria realizzazione. Solidarietà: è il vincolo che unisce gli esseri umani. Si traduce nell’impegno costante per il prossimo e nella lotta contro la povertà, le disuguaglianze e l’esclusione. Sussidiarietà: le responsabilità maggiori non devono essere centralizzate se possono essere gestite efficacemente a livello locale o dai singoli individui.

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Valore sociale. Foto © Akil Mazumder da Pexels.

Impegno sociale

Nel mondo attuale, invece, il valore economico è visto come supremo, con la conseguenza che ad esso e al tipo di sviluppo che ne deriva l’uomo e la vocazione sua propria vengono fatti servire. La dottrina sociale della Chiesa evidenzia i devastanti effetti pratici sia del comunismo che del capitalismo. Quindi, come evidenziato già da Giovanni Paolo II, per certi versi, i due sistemi che, almeno nelle loro forme più rigide hanno diviso l’umanità, presentano certe convergenze che il confronto politico tende a dissimulare” Perciò le divisioni che lacerano il tessuto dell’umanità non sono soltanto quelle ideologico-politiche, esistenti tra Est e Ovest, ma anche quelle economico-sociali, rilevabili tra Nord e Sud. E che le prime non sono poi del tutto indipendenti dalle seconde. La Chiesa dunque ha il diritto di intervenire, dal punto di vista morale, sulle questioni politiche e sociali, a partire dall’impegno della Santa Sede sul debito internazionale. Un tema che Karol Wojtyla vedeva “riacutizzarsi e aggravarsi in modo preoccupante, come una trama insidiosa”. Coinvolgendo “tutti, paesi indebitati e paesi creditori, banche creditrici e istituzioni internazionali”. E’ l’inizio degli anni ’90, con i due fondamentali viaggi in Messico e in Lettonia, il momento decisivo per capire quanto approfondita e coraggiosa sia stata l’azione critica di Karol Wojtyla nei confronti del capitalismo. In Messico il Papa ha voluto dimostrare che il Terzo Mondo non si solleverà mai seguendo i dettami del capitalismo all’americana. Nell’ex Unione Sovietica ha stracciato l’illusione che dal capitalismo selvaggio nascerà una società degna per chi è sfuggito al socialismo da caserma. Quindi Marx aveva ragione denunciando lo sfruttamento capitalista.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Imperialismo del denaro

La Chiesa condanna l’imperialismo del denaro e pone uomo al centro di ogni sistema sociale. Sulle rovine del socialismo reale, tra le miserie del post-comunismo, Karol Wojtyla ha annunciato il suo decalogo. Dal viaggio in America al tour nel Baltico era passato appena un mese. Quei giorni d’autunno resteranno negli annali vaticani come il momento in cui Giovanni Paolo II ha formulato definitivamente il Vangelo sociale per il Duemila. Idee piombate in Lettonia come una folgore tra intellettuali politici, businessmen post-sovietici, abituati ad esaltare il darwinismo capitalista con la stessa superficialità con cui accettavano le “leggi scientifiche” del catechismo brezneviano, come racconta il vaticanista Marco Politi. Giovanni Paolo II parlò all’università di Riga: “Voglio chiarire cos’è la dottrina sociale della Chiesa e cosa non è. Non e una dottrina politica, non è una dottrina economica e nemmeno un elenco di opzioni tecniche. Tra l’altro non è neanche un surrogato del capitalismo. Anzi, la Chiesa si distanzia dall’ideologia capitalista, ritenendola fonte di gravi ingiustizie sociali. E respinge l’imperialismo internazionale del denaro. Lasciando impietriti i suoi ascoltatori, Wojtyla recuperò Marx e usò la parola più tabù dell’era post-comunista: proletariato. Alla scelta platea spiegò che il proletariato era veramente sfruttato quando sorse il pensiero marxista.

Foto di Vitaly Gariev su Unsplash

La mano di Dio

La mano di Dio ha prodotto il miracolo della fine del comunismo, ma i bisogni che hanno dato vita a questo sistema erano reali e seri. Lo sfruttamento prodotto dal capitalismo inumano era un male autentico e in questo consiste il nocciolo di verità del marxismo, che lo ha reso attraente alla società occidentale. La soluzione pensata da Marx, secondo Giovanni Paolo II, è fallita poiché “non ha garantito la dignità umana, ma per la Chiesa rimane il principio fondamentale che centro dell’ordine sociale e l’uomo”. Nella concezione integralmente umana e cristiana di Karol Wojtyla, in ogni economia e in ogni società andavano garantite la destinazione universale dei beni della terra, la garanzia della proprietà privata come condizione indispensabile dell’autonomia individuale, il rifiuto di considerare il lavoro come mera merce, la promozione di una ecologia umana, il ruolo sociale dello Stato, la necessità di una democrazia basata sui valori. Nell’intervista concessa a  il 2 novembre 1993 e pubblicata da “La Stampa”, Giovanni Paolo II preciso che “il comunismo ha avuto successo nel Novecento come reazione ad un certo tipo di capitalismo eccessivo, selvaggio, che noi tutti conosciamo bene: basta prendere in mano le encicliche sociali, e soprattutto la prima, la ‘Rerum Novarum‘, nella quale Leone XIII descrive la situazione degli operai a quei tempi”. E, prosegui Karol Wojtyla, “l’ha descritto a suo modo anche Marx e la realta sociale era quella, non c’erano dubbi, e derivava dal sistema, dai principi del capitalismo ultraliberale”.

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Foto © Squillantini (Imagoeconomica)

Reazione

Quindi “è nata una reazione a quella realtà, una reazione che è andata crescendo e acquistando molti consensi tra la gente. E non solo nella classe operaia, ma anche fra gli intellettuali”. Insomma, secondo Karo Wojtyla, c’era un “nocciolo di verita nel marxismo e questa non è una novità, è stato sempre un elemento della dottrina sociale della Chiesa, lo diceva anche Leone XIII e noi non possiamo che confermarlo. Del resto è anche quello che pensa la gente comune. Nel comunismo c’è stata una preoccupazione per il sociale, mentre il capitalismo e piuttosto individualista. E all’origine di numerosi gravi problemi sociali e umani che attualmente tormentano l’Europa e il mondo si trovano anche le manifestazioni degenerate del capitalismo. Naturalmente il capitalismo odierno non e piu quello dei tempi di Leone XIII: esso e cambiato, ed e in buona parte merito anche del pensiero socialista”, sottolineò Karol Wojtyla. E proseguì: “Il capitalismo oggi è diverso, ha introdotto degli ammortizzatori sociali, grazie all’azione dei sindacati ha varato una politica sociale, è controllato dallo Stato e dai sindacati. In alcuni Paesi del mondo, però, è rimasto nel suo stato ‘selvaggio’, quasi come nell’Ottocento“.

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