Umanità in carcere. Dietro le sbarre si trova una povertà che è l’altro lato della società. nel libro “I volti della povertà in carcere” Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero hanno raccolto le voci di uomini e donne che vivono l’esperienza del carcere di San Vittore. Il racconto di condannati e operatori apre uno squarcio di speranza nel buio di tanti vissuti. All’interno del carcere femminile di Venezia, inoltre, è stato proiettato il documentario “Le Farfalle della Giudecca” girato da Rosa L. Galantino e Luigi G. Ceccarelli nel 2024. L’opera racconta, con la voce narrante di Ottavia Piccolo, la vita delle detenute dell’istituto penitenziario. E cioè i momenti di formazione e istruzione, il lavoro e l’esperienza della Biennale. Quando l’istituto ricevette la visita di papa Francesco e ospitò il Padiglione del Vaticano. Vengono descritti i problemi che la comunità del carcere affronta nel quotidiano e i sogni per il futuro. Il documentario era già stato proiettato in anteprima alla rassegna Isola Esopo, durante la Mostra del Cinema. Al carcere veneziano, però, il pubblico è stato composto in buona parte dalle donne attualmente detenute. Con loro il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, il prefetto Darco Pellos, il questore Gaetano Bonaccorso, l’assessora comunale alla Sicurezza Elisabetta Pesce. La direttrice del carcere Maurizia Campobasso, che ha recentemente preso il posto di Mariagrazia Bregoli, tra le “protagoniste” dell’opera.

Focus carcere
“Le donne ospiti qui non devono mai perdere la speranza, che non è solo l’attesa di un tempo migliore ma la consapevolezza che ciò che facciamo ha un senso“, sottolinea Maurizia Campobasso. “La nostra città cresce quando tratta luoghi della fragilità come parti che le appartengono”, l’esortazione durante la messa da parte del patriarca di Venezia, monsignor Moraglia. Intanto al piano terra era visitabile la mostra fotografica “I volti della povertà in carcere” realizzata a San Vittore. “C’è troppa sofferenza nelle carceri. Si tratta di fare giustizia alla vittima non di giustiziare l’aggressore – dice il cardinale Matteo Zuppi (che fin dal 1981 incontrava a Rebibbia i carcerati, compresi i ‘dissociati’ del terrorismo) –. Due terzi delle persone che escono dal carcere e che hanno seguito percorsi solo dentro al carcere sono recidivi. Al contrario coloro che sono stati ammessi a fruire delle misure alternative al carcere hanno una bassissima recidiva”. Aggiunge il presidente della Cei “Il tasso di affollamento del 120% rischia di farci tornare presto alla situazione per cui Strasburgo ha condannato l’Italia. Il presidente Sergio Mattarella le ha definite inaccettabili. Queste condizioni diventano insostenibili per i più fragili, come le persone segnate da malattie psichiatriche, che senza cure adeguate diventano presenze pericolose per gli altri e per se stesse. C’è poi la tragedia dei suicidi, con un tasso di 11,4 episodi ogni 10 mila detenuti. In carcere ci si uccide 18 volte di più che in libertà”. E si chiede il porporato: “Come possiamo pensare di aiutare la speranza e la rieducazione quando gli spazi di lavoro e gli investimenti per aiutare il reinserimento dei detenuti restano insufficienti?”.

Volto umano
Prosegue il cardinale Zuppi: “La giustizia deve sempre garantire un volto umano. Guai a pensare che questo significhi meno sicurezza o che il volto e il linguaggio da duri, disumano (ma si può sentire parlare di ‘deportazioni’?), come se la comprensione fosse ingenuità, significhi più sicurezza. È il contrario. La sicurezza è nel riparare quello che il male ha provocato con tanta sofferenza. È l’intelligenza giuridica plurisecolare del nostro Paese che non possiamo mettere in discussione con semplificazioni pericolose e ignoranti. Platone diceva che la punizione serve solo se educa“. Infatti “molti studi hanno dimostrato che la carcerazione da sola non è la misura più efficace per ridurre la recidiva. Anzi. La Costituzione parla di pene, al plurale, non a caso. Tutte pene, attenzione. Non si tratta di sconti o indulgenze pericolose, ma di riparare e rieducare, riparando il passato segnato dal male. Solo così si prepara un futuro diverso”.

Stop alla recidiva
“La recidiva si abbatte solo con il lavoro, l’educazione, possibilità quando si esce e verificare che siano alternative e si sia capaci di percorrerle. E, vorrei aggiungere, non dimentichiamo la richiesta di Francesco per il Giubileo di iniziative che restituiscano speranza– osserva il cardinale Zuppi-. Quel minimo indulto richiesto autorevolmente in occasione del Natale e la necessità di ampliare gli spazi per i domiciliari meritati non sono esercizi di buonismo ma solo di buon senso. E sono due cose molto diverse. Ogni giudice è tenuto a giudicare facendo un necessario discernimento, per non far mancare al detenuto un accompagnamento che gli permetta di guardare al futuro, evitando che si arrivi a una condanna solo ripiegata sul passato“. Inoltre “la giustizia retributiva, che ha come norma solo il castigo, si realizza comminando, in modo quasi automatico, a ogni reato, la punizione corrispondente”. Ma, precisa, “la giustizia non è mai un semplice automatismo, tanto che, nella tradizione giuridica, c’è sempre stata, giustamente, anche una moderazione e personalizzazione della pena, derivante dall’esame dei tanti fattori che portano alla definizione di una punizione e che tengono presenti anche gli aspetti legati alla storia personale e sociale di ogni singola persona”.

“Non è il carcere in sé a rendere migliore il detenuto. È molto difficile, infatti, che un detenuto cambi in meglio, se non vengono avviati dei processi veri di reinserimento sociale- puntualizza il porporato-. La pena non deve mai essere contraria al senso di umanità. Per questo la giustizia deve bilanciare le differenti esigenze della casa comune, della quale fa parte anche il carcere. Ossia sicurezza sociale, bisogno di giustizia delle vittime e di recupero del colpevole, che significa lasciare sempre uno spiraglio di speranza, la possibilità di ricominciare”. Aggiunge il cardinale Zuppi: “Il rispetto della legge significa osservare le prescrizioni, sempre consapevoli però che la legge da sola non basta, che la sua applicazione dev’essere in vista del bene effettivo delle persone interessate, siano essi i responsabili dei reati o siano coloro che sono stati offesi”. Dunque “è fondamentale uno spazio del discernimento nella definizione di una pena. Naturalmente è la prima cosa che viene messa in discussione appena capita qualche inconveniente con i detenuti”.

Oltre la paura
“E’ più facile propagandare un ideale di giustizia incentrata sull’idea del castigo e della paura, piuttosto che parlare di futuro e di speranza per i detenuti. In questo modo, però, non si costruisce una giustizia vera e diminuisce la sicurezza – sostiene il presidente della Cei-. Perciò dobbiamo tutti vigilare e garantire la salute in carcere, diritto fondamentale riconosciuto dalla Costituzione. Ammalarsi in carcere è una disgrazia. Io credo fermamente che l’uomo possa cambiare e a tutti deve essere garantita la possibilità. Presunzione di innocenza prima della condanna e presunzione di cambiamento dopo”. Ma “purtroppo facciamo fatica a riconoscere il prossimo e a riconoscerci in esso. Il vero rischio è che vinca l’individualismo, con le sue paure e patologie, che fa crescere la logica della condanna. Questa non ha bisogno di ragionare e di porsi domande. Invece i percorsi di giustizia riparativa partono dal presupposto che l’altro è esattamente uguale a noi, non ha un marchio di fabbrica che lo rende diverso”, conclude il cardinale Zuppi.

