Per la festa di Pietro e Paolo il Papa dedicherà l’Angelus ai santi patroni della città eterna. Pietro e Paolo sono i due pilastri e patroni della Chiesa di Roma. Pur con storie diverse, condivisero il martirio nella capitale, legando indissolubilmente i loro nomi alla capitale della cattolicità. Leone Magno fu uno dei più strenui difensori di questo legame, esaltando il primato petrino e apostolico della città eterna. San Pietro, pescatore di Galilea, è riconosciuto dalla tradizione cattolica come il primo vescovo di Roma e il primo Papa. Subì il martirio sotto l’imperatore Nerone, venendo crocifisso a testa in giù. San Paolo, conosciuto come l’Apostolo delle genti, cittadino romano e fariseo, fu fondamentale per l’espansione del Vangelo. Fu decapitato a Roma. La Chiesa Cattolica celebra entrambi con la solennità del 29 giugno, sottolineando come la loro diversità e il loro operato abbiano unito le prime comunità cristiane. Papa Leone Magno, vissuto nel V secolo (fu papa dal 440 al 461), ha un ruolo centrale nella storia del papato. Ha promosso e consolidato il primato della Sede di Roma, sostenendo che il vescovo di Roma erediti l’autorità direttamente da San Pietro. È celebre per aver fermato Attila nel 452 e per il suo “Tomus ad Flavianum”, un testo dogmatico fondamentale sulla natura di Cristo, proclamato al Concilio di Calcedonia.

Papa e primate
Leone XIV, quarto papa non italiano consecutivo, ha dimostrato nel suo primo anno di pontificato di voler interamente esercitare in termini di accompagnamento e di servizio le proprie prerogative di primate d’Italia. Il frate agostiniano statunitense eletto al Soglio di Pietro ha scelto come documenti fondamentali della propria missione di vescovo di Roma la “Evangelii nuntiandi” di Paolo VI e la “Evangelii gaudium” di Francesco. All’episcopato italiano Robert Francis Prevost indica perciò l’urgenza di operare confrontandosi con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite così da riportare al centro il Vangelo. “La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare”, ha ricordato papa Leone ai vescovi italiani nella loro prima udienza. Un appello affinché la fede diventi impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura. Da qui la necessità di ascoltare i segni dei tempi e “anche ciò che mette in discussione le abitudini pastorali”. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi. Sotto il profilo dei contenuti il riferimento principale è il Patto delle catacombe, sottoscritto da quei padri conciliari che ritenevano indispensabile una maggiore enfasi sul tema della povertà. Molti tra i promotori di questo documento erano latinoamericani. La misericordia è appunto l’attuazione del Vangelo, per questo è inevitabilmente anche la realizzazione del Concilio e la manifestazione del Dna della Chiesa, che, “vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva” (Evangelii Gaudium 24). Questo desiderio spinge con tutte le sue forze ad andare incontro ai poveri, agli afflitti, ai bisognosi. Così, proprio l’esercizio della misericordia diventa il criterio di verità della fedeltà al Vangelo, nella comunità primitiva come nella Chiesa di oggi. Del Concilio Leone XIV riafferma il carattere di evento della storia della salvezza.

Sinodo
Lo aveva già detto Giovanni Paolo II, proprio in vista del Giubileo del 2000: “Il Concilio Vaticano II costituisce un evento provvidenziale. Si tratta infatti di un Concilio simile ai precedenti, eppure tanto diverso; un Concilio concentrato sul mistero di Cristo e della sua Chiesa ed insieme aperto al mondo. Questa apertura è stata la risposta evangelica all’evoluzione recente del mondo”. (Tertio Millennio Adveniente 18). Del Concilio il Sinodo è uno dei frutti più significatici e Leone XIV riannoda proprio i fili del Cammino sinodale che l’episcopato italiano ha portato compimento e che ora deve diventare stile permanente. La partecipazione, avverte Robert Francis Prevost, non è una concessione. Piuttosto è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, “deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del vescovo”. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia richiama esattamente il valore degli organismi di partecipazione, come luoghi nei quali “il discernimento delle comunità può prendere corpo”.

In cammino
Puntualizza il Pontefice “non basta però che questi strumenti esistano, occorre verificare che funzionino davvero”. Leone XIV invoca nella Chiesa italiana il “coraggio dell’essenziale”. Ossia il coraggio di comunità “meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo”. Le famiglie poi costituiscono il primo luogo in cui si vivono e si trasmettono i valori dell’amore e della fraternità, della convivenza e della condivisione, dell’attenzione e della cura dell’altro. Ai vescovi il Papa non chiede di misurare la fecondità della Chiesa con i criteri del numero, della visibilità o dell’influenza. L’esigenza è “lasciarci evangelizzare dai poveri” e “custodire l’essenziale”. I vescovi italiani sono esortati quindi dal Papa a “camminare con il Popolo di Dio” per “riconoscere la voce del Signore che ancora chiama, consola e invia”.

