MARTEDÌ 19 MARZO 2019, 11:07, IN TERRIS

Gli usurai dell’anima contro la festa del papà

Ricostruire rapporti umani in una società piegata alle nuove tecnologie

DON ALDO BUONAIUTO
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Padre e figlio si ignorano
Padre e figlio si ignorano
"E'

 più facile appoggiarsi a un altro che stare in piedi da solo”, scrive Jack London. Per molte persone sempre più l’altro cui appoggiarsi è il telefonino. Oggi si celebra universalmente nel mondo la festa del papà, eppure la figura genitoriale non è mai stata cosi in crisi e questo perché è più facile dire di sì a qualunque richiesta dei figli che tenere il punto e proporre un modello educativo coerente. Come fa un padre pervicacemente confinato nello spazio virtuale di social e web a coinvolgere un figlio nella complessità della vita reale?


L'alternativa tecnologica

In un momento in cui sembra diventare anomalo, obsoleto, retrogrado difendere la famiglia mai cosi negata o strumentalizzata, la tecnologia rischia di prendere il posto del focolare domestico. Fino al punto di configurarsi come un’alternativa malata e perversa al nucleo familiare-agenzia educativa. Ad esempio per la ludopatia, doverosamente, si sono mobilitate istituzioni e autorità sanitarie con campagne informative, centri di ascolto, forme di aiuto pubblico alle famiglie di chi dilapida patrimoni e distrugge le relazioni affettive più sacre giocando stipendi e pensioni alle slot machine.


Dipendenza

Ma c’è un altro genere di dipendenza, fondata sul più desolante isolamento, che oggi può danneggiare gravemente la vita dell'individuo, della famiglia e della società nel suo complesso al pari dell’alcol, della droga e dell’abuso di psicofarmaci (che è al primo posto tra le dipendenze patologiche secondo Oms). Ora è chiaro a tutti che il disturbo compulsivo legato all’eccesso di tecnologia, è un’emergenza collettiva: ha anche un nome scientifico, codificato nei manuali di psichiatria. La nomofobia: è la paura di restare sconnessi da smartphone e pc, la nevrosi di controllare di continuo mail, whatsapp, chiamate. L’iper-connessione è ufficialmente una patologia, come spiegato dal professore Davide Martinelli, psichiatra del centro pediatrico interdipartimentale di psicopatologia da web alla Fondazione Policlinico Gemelli di Roma. Secondo gli studi del Gemelli “la dipendenza da smartphone è altrettanto grave del gioco d’azzardo e dello shopping convulsivo (www.sanitainformazione.it).


Dare un segnale

Ancora una volta la responsabilità educativa chiama in causa direttamente gli adulti, sempre meno capaci di assolvere le loro funzioni di orientamento delle coscienze e di onesta testimonianza attraverso l’esempio quotidiano. Perciò adesso serve un sussulto, una reazione di santo orgoglio. Un gesto a suo modo paradossalmente sovversivo, persino rivoluzionario. E’ il coraggio di abbandonare fisicamente i telefonini dando innanzitutto l’esempio ai giovani. La gravità della situazione richiede segni forti.


L'interazione sana

La maggioranza delle cosiddette persone mature, infatti non si separa proprio mai dal cellulare. Di notte lo tiene sul comodino e appena apre gli occhi lo controlla in maniera ossessiva. Stare continuamente chinati, piegati sul monitor dello smartphone, come assoggettati. Un comportamento nevrotico-compulsivo che astrae dalla realtà impedendoci di guardare le persone negli occhi. E così anche quando non abbiamo un monitor davanti ci atteggiamo e ci relazioniamo agli altri come se lo avessimo. Papa Francesco, nei due sinodi dedicati alla famiglia, ha richiamato l'importanza della trasmissione di valori e conoscenze da una generazione all'altra. Già conversando con i giornalisti sul volo per Strasburgo, Francesco aveva invocato un patto inter-generazionale per arginare lo scadimento qualitativo della vita pubblica. Cominciare dalla scelta simbolica ma pragmaticamente utile di spegnere per qualche ora al giorno il telefonino sarebbe cosa “buona e giusta”, un paradigma di insegnamento da padre a figlio. Almeno nei momenti di ritualizzata condivisione familiare è indispensabile e mentalmente salutare interagire in maniera spontanea e non mediata da strumenti tecnologici; oasi di naturalezza come i pasti da consumare insieme e i momenti di relax.


Post umanesimo

E invece la realtà va in tutt'altra direzione. L'iper-connessione favorisce la solitudine e l’isolamento: è un’acqua che non disseta mai, un vuoto che scava una voragine ancora più disperante ostacolando autentiche relazioni interpersonali e impedendo di interagire dal vivo. E così comunicare nel mondo reale diventa sempre più difficile. Stiamo pericolosamente entrando nell’epoca del post-umanesimo, nella quale la cybernetica minaccia di porre fine all’età dell’uomo, come paventato dal futurologo James Barrat (in dialogo la scorsa settimana con teologi e scienziati al Tempio di Adriano di Roma)  nel suo fondamentale saggio “L’intelligenza artificiale: la nostra invenzione finale”. Papa Francesco ha messo in guardia, alcune settimane fa, dalla roboetica che “produce automatismi funzionali socialmente pericolosi sostituendo le prerogative umane con algoritmi e tecnologie sempre più sofisticate per poi ritrovarsi con l’uomo tecnolocizzato invece che con la tecnica umanizzata”. E avverte il Pontefice: “Vengono frettolosamente attribuite alle cosiddette macchine intelligenti capacità che sono propriamente umane”.


La coperta di Linus

E quindi anche il telefonino, come aveva profetizzato il terrificante film “Her”, è già una propaggine della mano, come era, nei fumetti della nostra infanzia, la proverbiale coperta di Linus. Allo stesso modo la disconnessione dai dispositivi elettronici crea in molte persone panico, angoscia, disorientamento.


Insieme eppure soli

L’evidenza della stranezza dei rapporti è testimoniata visivamente dal fatto che spesso, in presenza dell’altro, invece di rivolgergli direttamente la parola gli si “parla” per via digitale. E capita persino che, chiusa la porta e scese le scale, ci si dicano cose profonde, delicate e intime scambiandosi sms e scrivendosi in chat. Viene meno il coraggio di affrontarsi, di fronteggiarsi con franchezza e disponibilità a mettersi in gioco. E cosi gli uni di fronte agli altri non si riesce più “a parlarsi negli occhi” perché si è persa la capacità di leggersi nello sguardo. Eppure quella lettura è il dono più bello e grande della vita reale. Oggi lo sguardo, il tono della voce, l’espressività del volto sono sostituite dalle tristi e inquietanti faccine virtuali: quelle ormai diffusissime emoticon che suscitano lo stesso diabolico turbamento dei vecchi clown negli horror. Una forma di regressione inaudita, mendacemente venduta all’opinione pubblica come il più “democratico” ed epocale dei progressi. Le emoticon spacciate per simboli di libertà e di una felicità artificiosa e angosciante. Come se quelle faccine potessero prendere il posto del calore di un sorriso, di un abbraccio, di una lacrima. Insomma surrogati fallaci del Dna unico e irripetibile di ciascuna persona. Tutto questo può sembrare esagerato, ma per i nostri ragazzi è la prassi più comune. Ci sono persone che attorno a un tavolo comunicano tra loro con i messaggini.


La società delle emoticon

A suscitare maggiore preoccupazione è la relazione storpiata, fittizia, finta che diseduca e cresce persone disadattate. Quella delle emoticon è una forma di comunicazione ai minimi termini. Quelle faccine nella loro ottusa ineffabilità esprimono un’ambiguità di fondo. Che adulto diventerà un giovane che in modo infantile esprime le proprie emozioni unicamente con le faccine? Diventerà come quelle quarantenni che si scelgono amanti tredicenni come nei recenti fatti di cronaca? E ciò in una società nella quale in maniera grottesca certe donne mature si conciano e si comportano da adolescenti mentre bambine che vengono indotte, da modelli comportamentali devianti a sembrare adulte spesso vestendosi e atteggiandosi da gran signore. La paura incontrollata di rimanere sconnessi non colpisce solo un esiguo manipolo di “maniaci del cellulare”.


Lo studio

Deloitte ha realizzato uno studio scientifico in 31 Paesi su 50mila individui: il 57% delle persone controlla il telefono entro 22 minuti dal risveglio, l’83% legge le email di lavoro durante la notte, il 37% controlla di notte le notifiche, il 92% utilizza il cellulare a lavoro e il 59% lo controlla più di 200 volte al giorno. L’ 80% si addormenta con il telefono in mano e il 21% lo usa per guardare film. Una follia collettiva oppure un sottile ricatto degli usurai dell’anima? La risposta è in una iniziativa controcorrente dei papà nel giorno della loro festa: mettere da parte per qualche ora la deriva virtuale della iper-tecnologia e guardare negli occhi i loro figli e per tutti la sfida è quella di sporcarsi le mani con la vita reale.

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