Il programma di governo della “Chiesa in uscita”. Alla scuola degli Atti degli Apostoli, i cardinali Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, e Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulan Bator, hanno riletto insieme per l’agenzia missionaria Fides la loro esperienza in Algeria e in Mongolia. Seguendo il mandato di annunciare il Vangelo nel cuore di società non plasmate dal cristianesimo. Nella sua lettera ai cardinali di aprile, Leone XIV parla della “necessità di rilanciare” l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, a proposito della missione della Chiesa. Osserva il cardinale Jean-Paul Vesco: “Per me, la parola ‘missione’ risuona anzitutto come una domanda: ‘Perché siamo qui? Perché restiamo? Che cosa vogliamo vivere?’. Credo che questa domanda del ‘perché’ sia più feconda di quella del ‘come’. Vivendo in un Paese in cui la nostra Chiesa è minoritaria e giuridicamente limitata, ho imparato che la missione non si misura dalla quantità delle cose che facciamo. Né dalla visibilità delle nostre iniziative. Bensì dalla verità della nostra presenza e dalla qualità della nostra speranza”. Il porporato francese paragona “la nostra Chiesa a una persona con disabilità. Dall’esterno si vede soprattutto ciò che non può fare; ma di ciò che fa, ne conosce il prezzo. Allo stesso modo, la missione non è una prestazione, ma una fedeltà. L’essenziale non passa anzitutto attraverso le parole. Noi predichiamo il Messia crocifisso con ciò che siamo, con il nostro modo di abitare le relazioni nel rispetto della fede dell’altro. La missione, per me, consiste nel lasciare trasparire la nostra speranza, spesso in modo discreto, quasi fragile”.

Programma missionario
Spiega a Fides il cardinale Giorgio Marengo: “Quando sento la parola ‘missione’, soprattutto alla luce di Evangelii gaudium, penso immediatamente a una relazione. Quella che unisce Colui che invia e colui che è inviato. Il sostantivo ‘missione’ viene dal verbo latino mittere, inviare. Esso suppone una relazione viva tra chi invia e chi è inviato. Non è ‘fammi questa commissione, vai a portare questo libro’. E’ qualcosa di diverso. La missione si vive a un livello profondo, là dove doniamo noi stessi, altrimenti rischiamo di restare in superficie, di ‘fare’ trascurando ‘l’essere’. In un contesto come quello della Mongolia, dove l’annuncio esplicito è regolamentato e dove la Chiesa è molto piccola, la missione assume il volto della discrezione e della prossimità. Cito spesso questa osservazione di una catechista mongola che un giorno disse: agli inizi, in Mongolia, la Chiesa non ha inviato pacchi di libri, ma ha inviato persone. La missione si vive in questa presenza umile e relazionale che permette a Cristo di raggiungere i cuori attraverso mediazioni umane molto semplici”.

Piano pastorale
Entrambi i porporati vivono in Paesi segnati da grandi deserti: Sahara e Gobi. Questa esperienza ha plasmato il loro modo di comprendere la missione. Evidenzia il cardinale Jean-Paul Vesco: “In Algeria, la maggior parte del Paese è un deserto. Ma l’80% della popolazione vive sul 20% del territorio. Il deserto è immenso, ma vi abitano poche persone. Al mio arrivo, all’inizio degli anni 2000, ho vissuto un anno e mezzo a Béni-Abbès, là dove Charles de Foucauld aveva fondato il suo primo eremo, per impararvi l’arabo. In un certo senso, è stato lui a portarmi in Algeria. Là ho davvero fatto l’esperienza del deserto. L’immensità, l’incontro con i nomadi. Credo che sia stato l’anno più felice della mia vita. È il mio paradiso perduto”. Prosegue il porporato francese: “Quando sono stato eletto priore della Provincia domenicana di Francia e ho dovuto far ritorno in Francia in ventiquattro ore, mentre ero vicario generale della diocesi di Orano, ho attraversato una crisi esistenziale. Uno dei segni era che non riuscivo più a pregare Charles de Foucauld, che avevo lasciato in Algeria. Avevo l’impressione di averlo perduto. Un giorno, a Parigi, sono entrato nella chiesa di Saint-Augustin, proprio là dove si era convertito. Rileggendo la preghiera di abbandono, tutto si è pacificato in me. Ho capito che potevo essere di nuovo felice là dove mi trovavo, a Parigi o altrove, con Charles de Foucauld”.

Nel deserto
Racconta il cardinale Giorgio Marengo: “Quando sono diventato vescovo, poiché la Chiesa in Mongolia non è ancora una diocesi ma una prefettura apostolica, ho ricevuto il titolo di un’antica diocesi che non esiste più: Castra Severiana, in Algeria. Ero felice di essere legato a quella parte del mondo, al deserto e a Charles de Foucauld. Non ho vissuto nel deserto, ma ho trascorso quattordici anni in una regione della Mongolia molto vicina al deserto del Gobi, il più grande deserto freddo del mondo”. Aggiunge il porporato piemontese: “È lì che Teilhard de Chardin ha condotto i suoi studi e composto la sua meditazione ‘la messa sul mondo’. Vi sono andato spesso per visite e per esplorazione. Per me, il deserto è anzitutto l’esperienza del vuoto. L’estensione incalcolabile dello spazio. Quando mi trovo nel mezzo del deserto, mi sento invitato a passare a un livello superiore, perché la rarità delle relazioni fa sì che ogni cosa assuma più peso. Si possono avere conversazioni che in città è più difficile avere, perché ciascuno si apre di più. L’immensità e l’intimità sono legate. Si percepisce la propria piccolezza e, paradossalmente, le ombre del mattino e della sera sono molto lunghe, perché il sole sorge e tramonta molto basso sull’orizzonte. Come se fossimo chiamati a qualcosa di più grande di ciò che immaginiamo. Questo plasma il mio modo di comprendere la missione: meno come una molteplicità di iniziative e più come alcune relazioni molto dense, in quel vuoto che rende tutto più prezioso”.

