Francesco d’Assisi, l’anti-Sodoma che restituisce un’anima al mondo

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C’è un’immagine biblica che attraversa i secoli come un lampo: la metafora delle città di Sodoma e Gomorra (Gen 18–19). Non è il racconto di una punizione, ma la diagnosi di ciò che accade quando una civiltà perde la giustizia, l’ospitalità, la fraternità e la responsabilità. È un racconto che parla di noi, delle nostre città, delle nostre scelte collettive. Ed è anche la soglia da cui ripensare la risposta francescana alla crisi antropologica del nostro tempo.

La S. Scrittura è sorprendentemente chiara. Il profeta Ezechiele, con una lucidità che sembra scritta per il XXI secolo, afferma: “Ecco, questa fu l’iniquità di Sodoma: superbia, sazietà di pane, ozio indolente, e non soccorreva il povero e il bisognoso” (16,49). Non si parla di trasgressioni private, ma di ingiustizia sociale, di indifferenza, di una città che non riconosce più il volto dell’altro. Sodoma è la città che ha smarrito l’ospitalità, che trasforma lo straniero in minaccia, che non sa più accogliere. È la città che non ascolta la voce dei giusti e non lascia spazio alla misericordia.

La città disumana tra egoismo, disuguaglianze e arbitrio

Anche una lettura profetico-civile, di fronte a una città che diventa disumana, ci rimanda ad una politica dell’egoismo e del disinteresse, dove l’economia produce disuguaglianze, sazietà per pochi e miseria per molti, e una cultura che confonde libertà con arbitrio.

Eppure, nel cuore del racconto, c’è un gesto che cambia tutto: Abramo intercede. Non giudica, non condanna, non si ritira. Sta davanti a Dio e davanti alla città, e chiede che sia salvata. È il modello del credente che non abbandona la storia, ma la porta nel cuore di Dio. È la figura del giusto che tiene insieme cielo e terra; le due città di Agostino.

Francesco d’Assisi, l’anti-Sodoma che restituisce un’anima alla città

Questa pagina biblica diventa ancora più luminosa se letta attraverso la lente del pensiero francescano. Perché Francesco d’Assisi è, in fondo, l’anti Sodoma: l’uomo che restituisce alla città la sua anima. Dove Sodoma chiude le porte, Francesco le apre. Dove Sodoma vede un nemico, Francesco vede un fratello. Dove Sodoma vive di superbia, Francesco sceglie la minorità. Dove Sodoma ignora il povero, Francesco lo abbraccia come sacramento dell’incontro, attraverso Cristo con Dio.

Il francescanesimo non è fuga dal mondo, ma ricostruzione della città. Francesco non scappa dalla società corrotta: la attraversa, la visita, la benedice, ci vive, la converte con la forza mite della fraternità. È l’uomo che restituisce dignità ai piccoli, che scioglie i conflitti, che ricuce le relazioni. È l’uomo che, come Abramo, intercede per la città e la salva non con il potere, ma con la presenza.

Le strutture di peccato e la Sodoma del nostro tempo

La Dottrina Sociale della Chiesa ci ricorda che il peccato non è solo individuale: esistono strutture di peccato (Sollicitudo rei socialis), sistemi che generano ingiustizia, città che diventano disumane. Sodoma è la città che ha perso il bene comune, che ha smarrito la responsabilità collettiva, che non riconosce più il valore della vita fragile. È la città che produce sazietà per pochi e fame per molti, che costruisce muri invece di ponti, che confonde libertà con arbitrio.

E allora la domanda diventa inevitabile: Sodoma oggi siamo noi. Siamo noi quando le nostre città non accolgono più. Siamo noi quando la violenza diventa linguaggio quotidiano. Siamo noi quando la tecnologia dimentica l’umano. Siamo noi quando la politica non intercede per i deboli. Siamo noi quando la società scarta i fragili, i poveri, i migranti, gli anziani, i non produttivi. È la tecnologia senza fraternità che diventa Sodoma digitale, algoritmo senz’anima.

I giusti che possono salvare la città e il futuro

Ma la Bibbia non ci consegna un racconto di disperazione. Ci consegna una speranza: Dio non vuole distruggere Sodoma, vuole salvarla. Cerca dieci giusti. Ne basterebbero pochi per cambiare il destino di tutti. È la logica della misericordia, non della vendetta. E allora la domanda più vera non è: “Chi è Sodoma?” La domanda è: “Chi sono oggi i giusti che possono salvarla?”

Sono coloro che custodiscono la fraternità. Sono coloro che accolgono il povero e lo straniero. Sono coloro che difendono chi non ha voce. Sono coloro che intercedono per la città. Sono coloro che, come Francesco, scelgono la minorità e la sobrietà come stile di vita e di missione.

Sodoma e Gomorra non sono un racconto del passato. Sono uno specchio del presente. Una ha perduto la giustizia sociale, l’altra la morale, e insieme mostrano ciò che accade quando una civiltà non sa più che cos’è il bene comune, proteggere il debole, custodire l’ospitalità, riconoscere un limite. La loro distruzione unitaria non è la punizione di due peccati diversi, ma il segno che l’intero sistema umano si era corrotto: struttura e cultura, leggi e costumi, potere e relazioni. Quando la giustizia e la morale crollano insieme, nessuna città può restare in piedi.

Sodoma e Gomorra non sono un monito per altri tempi: sono la radiografia del nostro. Una civiltà crolla quando smarrisce la giustizia e la morale, quando l’ospitalità diventa sospetto e la fraternità un lusso. Ma una civiltà può rinascere se ritrova i suoi giusti. Non servono eroi, ne bastano pochi: uomini e donne che scelgono la minorità contro la superbia, la cura contro l’indifferenza, la fraternità e l’accoglienza contro la paura. È questo il compito che il Vangelo e Francesco consegnano al nostro tempo: non fuggire dalla città, ma restituirle un’anima. Perché il futuro non sarà salvato dalla forza, ma dalla misericordia dei giusti.

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