Quello che stiamo vivendo, osserva il sociologo Luca Diotallevi, è “un tempo di crisi e di opportunità”. Il professor Diotallevi insegna sociologia all’Università di Roma TRE ed è membro del comitato scientifico della Sezione di Sociologia della Religione dell’Associazione Italiana di Sociologia. È autore di numerosi saggi. Tra i quali “Una alternativa alla laicità” . “L’ultima chance. Per una generazione nuova di cattolici in politica”. “La pretesa. Quale rapporto tra Vangelo e ordine sociale?”. “L’ordine imperfetto. Modernizzazione, Stato, secolarizzazione. “Il paradosso di Papa Francesco. La secolarizzazione tra boom religioso e crisi del Cristianesimo”. E lo scorso anno, sempre edito da Rubbettino, il saggio “La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia“, che ha suscitato un intenso dibattito tra laici e credenti. E adesso appunto “La chiesa s’è rotta” (Rubbettino) che analizza la crisi irreversibile della Chiesa cattolica come infrastruttura sociale in Italia. Sostenendo che il mondo cattolico non sia più un pilastro fondamentale della società e che questa fine apra a nuove possibilità e speranze per i cristiani.

Il nuovo tempo
“Anche se facciamo fatica a rendercene conto, l’Italia non è più un Paese cattolico – afferma il professor Diotallevi- Per secoli il mondo cattolico ha rappresentato l’infrastruttura religiosa di una società che oggi affronta una crisi irreversibile. Questa dinamica non riguarda solo l’Italia, ma qui assume caratteristiche particolari. La crisi colpisce il mondo cattolico due volte. Una come pilastro di una società in trasformazione, l’altra perché la Chiesa, per mantenere privilegi e ruolo centrale, ha accettato compromessi onerosi. È la fine di un mondo, difficilmente recuperabile”. Eppure, osserva il sociologo della religione, “questo tempo può essere vissuto con dignità dai cristiani, che possono riconoscerne le opportunità, evitando illusioni e coltivando la speranza”. Quindi “i frammenti della società in crisi e del mondo cattolico non possono essere ricomposti, ma attraverso le crepe emergono spiragli abitabili, capaci di offrire preziose possibilità“.

Nuovo quadro
“Stiamo attraversando una discontinuità di dimensioni rare- analizza il professor Diotallevi-. Ottanta anni fa un ordine mondiale era stato immaginato, avviato e fatto crescere intorno alla alleanza delle società libere (del Nord Atlantico, dell’Europa continentale centro-occidentale, dell’Estremo Oriente e dell’Oceania). Tale ordine poggiava sulla marcata, anche se relativa, prevalenza globale di queste società e di queste economie, nonché sulla forza attrattiva dei loro valori e delle loro culture. Tale ordine globale liberale appare oggi indebolito e sfidato, non solo dall’esterno, come fu sin dall’inizio, ma anche dall’interno, e con crescente successo. Dentro quella alleanza nell’Europa continentale aveva preso forma un processo di cui l’Unione Europea è il risultato più importante, anche se imperfetto e non irreversibile”. Aggiunge il sociologo: “Questo processo smantellava e superava un modello di ordine sociale imperniato sullo Stato e lo faceva nella stessa culla nella quale il modello di ordine delle state centred societies aveva mosso i primi passi, ottenuto i suoi più grandi risultati e perpetrato i suoi crimini più efferati“.

Ordine internazionale
Prosegue il professor Diotallevi:”Dentro l’affermarsi di un ordine internazionale liberale l’Italia aveva cessato di essere uno Stato, quale era sotto il Regno sabaudo e il regime fascista, per divenire finalmente una Repubblica con la Costituzione entrata in vigore il primo gennaio del 1948. L’ordine globale liberale, che aveva raggiunto la sua massima espansione a cavallo tra il XX e XXI secolo, e il processo che incarnava oggi sono sottoposti a una aggressione di proporzioni inaudite e di una evidenza disarmante. Non sappiamo se tale aggressione finirà per affermarsi, ma sappiamo che sicuramente lo potrebbe. A livello globale (con l’avvento di nuovi imperi e il disprezzo del diritto). A livello continentale (con la crisi definitiva di una Unione Europea di forma post-statuale). A livello nazionale (con il trionfo anche nel nostro orticello di populismi e di sovranismi)”.

Diritti e libertà
Evidenzia l’autore del saggio: “Nel caso l’attacco all’ordine globale liberale si affermasse, non torneremmo però al mondo degli Stati, ma a un mondo di imperi ridotti per numero e ancora più ostili ai diritti e alla libertà. Dunque, il mondo di ieri – quello dei vecchi Stati – è comunque finito. Il processo in corso non manda in soffitta la coppia destra-sinistra, ma costringe a ripensarla. La controrivoluzione in corso gode di ampi spazi di consenso tanto a destra quanto a sinistra, così come il tentativo di resistere ai marosi reazionari e di tenere la barra dritta. Secondo Diotallevi “il cattolicesimo e la Chiesa non fanno eccezione. Anche se scandali e delitti non ci fossero stati, anche se opportunismi e furbizie all’incenso non vi abbondassero, per riconoscere che il magistero del Vaticano II è messo in discussione radicalmente sarebbe sufficiente non dimenticare che, per qualche tempo, il mito del popolo è tornato a occupare più spazio del primato della coscienza, mito dal sapore ben più dolce per un palato clericale“.

Dono della Provvidenza
Infatti, sottolinea Diotallevi “all’ombra di questo mito non vive il popolo della tradizione, scomparso, ma un popolo massa di consumatori del religioso cui sempre più spesso ci si rivolge nella forma post- e anti-ecclesiale di una offerta religiosa ‘cattolica’ selvaggiamente diversificata e affetta da irriducibile competizione interna. Lo scenario è letteralmente incredibile per chi ha avuto in dono dalla Provvidenza di formarsi mentre operavano Giovanni XXIII e – soprattutto – Paolo VI, mentre avveniva il Vaticano II ed era possibile ascoltarne quasi in diretta l’insegnamento. Anche in questo caso, se il cammino avviato dal Vaticano II dovesse subire una sconfitta, non si tornerebbe semplicemente alla Chiesa preconciliare. Essa è comunque finita e manca ogni condizione interna ed esterna per ricostruirla”. Inoltre “la prova maestra è che, qualora anche a vincere fossero i ‘tradizionalisti’, nessuno in realtà è più modernista di questi i quali – come ogni peggior modernismo – non riprendono per intero la tradizione della Chiesa, né tanto meno le sue prime stagioni, bensì della tradizione scelgono una sola porzione e la assolutizzano allo scopo di conquistare una particolare nicchia tra le mille del mercato religioso”. Quindi, rimarca il sociologo, “il processo in corso manda in pensione l’opposizione tra Cattolicesimo tradizionalista e Cattolicesimo progressista. L’attacco al Vaticano II, a un Cattolicesimo non più pregiudizialmente ostile a modernità e libertà, è apertamente di color bordeaux, mescolanza di rosso e di nero, e certe volte di color marrone“.

Società aperte
Afferma il professor Diotallevi: “Per chi, come me, è nato agli sgoccioli degli anni ’50 del Novecento, prima ancora di arrivare sui banchi del liceo e dell’università era esperienza ordinaria, era una ovvietà, che le ‘società aperte’ fossero il preciso contrario delle ‘società chiuse’, che la democrazia fosse in tutto e per tutto l’opposto dell’autocrazia, che il principio repubblicano fosse l’opposto di quello statalista, che il diritto fosse l’opposto del sopruso. Ed era chiarissimo da quale parte dovesse stare un cattolico. Era chiaro fin dalle scuole elementari quando a fine mattinata il maestro, come premio, leggeva qualche pagina de ‘I promessi sposi’. Senza alcuna esitazione a noi sembrava giusto stare dalla parte di padre Cristoforo e desiderare di avere il coraggio dell’Innominato. Intuivamo che il volto da prestare a don Abbondio non avrebbe mai potuto essere altro, se non quello della maschera del codardo mediocre magistralmente creata da Alberto Sordi”.

