Allarme per l’impatto del “climate change” sull’economia della montagna. Le zone montuose sono più soggette agli effetti del riscaldamento globale, mettendo a rischio le condizioni di vita di miliardi di persone. L’economia della montagna costituisce un modello integrato di turismo, agricoltura e valorizzazione delle risorse ambientali. Oggi i driver principali includono l’industria dello sport, i servizi ecosistemici e la transizione verso un modello di “comunità generativa”. Assieme l’agricoltura e la zootecnia rappresentano in media il 16% del valore aggiunto dell’economia montana italiana (con picchi che superano il 25% in diverse comunità). Costituisce un presidio fondamentale per la cura del territorio e la prevenzione del dissesto idrogeologico. Il settore turistico, sia invernale che estivo, ha un forte effetto moltiplicatore sull’economia locale. Le Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano Cortina 2026 hanno consolidato il legame tra sport, investimenti infrastrutturali e sostenibilità. La montagna è la principale produttrice di risorse idriche, energia (idroelettrico, biomasse) e biodiversità. Il loro valore economico è stimato in decine di miliardi di euro a livello nazionale. Le aree montane affrontano la sfida dello spopolamento e della rarefazione dei servizi essenziali. Per contrastare queste marginalità, le politiche di sviluppo economico (come la Strategia nazionale aree interne-Snai) puntano sulla digitalizzazione, sull’innovazione delle filiere e sul turismo esperienziale e destagionalizzato. Il quadro territoriale, tuttavia, non è uniforme.

Climate change
Le Alpi si scaldano a una velocità quasi doppia rispetto alla media globale, rendendo la montagna una sentinella del cambiamento climatico. I principali impatti includono il rapido ritiro dei ghiacciai, la fusione del permafrost che aumenta il rischio di frane, la riduzione dell’innevamento e la minaccia per la biodiversità locale. La crisi climatica sta trasformando radicalmente gli ecosistemi montani e le attività economiche ad essi collegate:Ritiro dei ghiacciai e permafrost. I ghiacciai alpini continuano a subire una drastica perdita di massa. La degradazione del permafrost (il terreno perennemente gelato) rende le pareti rocciose più instabili. Aumentando il rischio di frane e crolli. L’aumento delle temperature ha ridotto drasticamente la copertura nevosa a quote medio-basse. Le classiche “settimane bianche” dipendono sempre più dall’innevamento artificiale. Costringendo le stazioni sciistiche a ripensare la propria offerta turistica in chiave destagionalizzata ed ecosostenibile. Sos anche per le risorse idriche ed ecosistemi: I bacini montani sono fondamentali per l’approvvigionamento idrico di valli e pianure. La scomparsa dei ghiacciai altera il ciclo dell’acqua, influenzando fiumi e agricoltura. Inoltre, flora e fauna endemica sono a rischio a causa dello spostamento verso l’alto delle fasce climatiche. Agli impatti specifici sui territori alpini e alle strategie di adattamento messe in campo sono dedicati i bollettini e le ricerche pubblicati dall’Unione Europea tramite la piattaforma Climate-ADAPT. Numerosi sono i progetti di cooperazione transfrontaliera della Convenzione delle Alpi.


