Dottrina sociale della Chiesa. Il testimone di una missione universale

Le condizioni per la formazione di una nuova generazione di politici cattolici: parla il vescovo salesiano Mario Toso

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Settimana Sociale di Trieste (@ Christian Cabello)

Il Vangelo sociale di monsignor Adriano Vincenzi, il “geniale interprete della Dsc” scomparso cinque anni fa. Il vescovo salesiano Mario Toso racconta “l’incontro con monsignor Adriano Vincenzi sulla via della evangelizzazione del sociale, come umili servitori del Regno di Dio”. Spiega il presule: “Incominciai a conoscerlo allorché come presidente della Fondazione Giuseppe Toniolo assunse anche la responsabilità della rivista La Società“.  Prima assumesse la responsabilità della rivista, sottolinea monsignor Toso, “si è iniziata una feconda collaborazione, a seguito di colloqui avuti con il cardinale Józef Glemp in vista di un’edizione polacca, a cura dell’associazione Civitas Christiana di Varsavia. Il desiderio del cardinale polacco, dopo la caduta del muro di Berlino e l’esperienza degli avvenimenti del 1989, che si sono svolti prevalentemente nei Paesi dell’Europa orientale e centrale, dominati dall’ideologia marxista e collettivista, era quello di poter offrire al mondo cattolico, uno strumento culturale che potesse sostenere il laicato, ma anche il clero, nella missione evangelizzatrice, nel radicale riordinamento delle economie e delle società“.

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Foto per gentile concessione di Salesiani per il sociale APS

Catechesi sociale

La rivista diretta da monsignor Vincenzi fu corredata da Minidossier per l’animazione, rivolti a veicolare la Dottrina sociale della Chiesa (Dsc), nel progetto culturale della Cei nei gruppi di catechesi, nelle associazioni, aggregazioni e nei movimenti. Evidenzia il vescovo Toso: “L’idea è maturata in seguito alle urgenze dell’evangelizzazione del sociale e anche a un viaggio che il sottoscritto, per motivi di lavoro, aveva compiuto nel Cile. Lì l’esperienza della diffusione della Dsc nelle comunità ecclesiali aveva assunto anche la modalità, semplice ed efficace, della preparazione di fichas, ossia di pieghevoli che si trovavano in fondo alle chiese parrocchiali, e che esponevano in modo breve e chiaro, facilmente fruibile, il pensiero della Chiesa sul lavoro, sulla famiglia, sull’impresa, sulla politica, insomma sui vari temi della Dsc e sulla spiritualità da essa promossa“. Prosegue il presule: “Monsignor Vincenzi si impegnò sempre a far comprendere l’importanza dell’esperienza credente della redenzione integrale del Redentore, che sospinge ad essere missionari e protagonisti nell’evangelizzazione del sociale e nella testimonianza dell’amore di Cristo“.

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Foto di Ria Sopala da Pixabay

Metodo e criteri

Rievoca il presule: “Più di una volta monsignor Vincenzi mi invitò a parlare delle prospettive della Dsc, della sua natura, del suo metodo, dei suoi criteri, della sua dimensione spirituale e progettuale. E questo sia nel gruppo di Retinopera, nell’Alta Scuola di Formazione per la Dsc che fece nascere a Roma, sia presso l’Acai, l’Ucid, la Confcooperative, la Coldiretti, la Confartigianato e altre realtà”. Per monsignor Adriano Vincenzi, “i credenti, radicati e fondati in Cristo, abitano la storia consapevoli di essere lievito – non a caso fondò l’Associazione Il Lievito –, convinti di avere qualcosa di proprio da dare, qualcosa di decisivo per il bene comune della società civile e politica. Qualcosa che è dato dalla fede, dall’esperienza credente del mistero della redenzione integrale realizzata dal Figlio di Dio, Verbo fatto carne. Senza una tale esperienza spirituale, peraltro accessibile dalla ragione pensante di ogni persona, diventa difficile l’incarnazione del Vangelo, la sua fecondità nella storia. Senza la comunione con Cristo è difficile umanizzare, sempre più, l’ordine sociale e civile“.

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Criteri di giudizi

“Non si tratta di predicare il Vangelo – scrisse Paolo VI – in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e con il disegno della salvezza”. La Dottrina sociale della Chiesa per essere efficace, dopo essere stata elaborata e promulgata, ha bisogno di essere comunicata, ricevuta, sperimentata, ossia tradotta in buone pratiche e, da ultimo, verificata. Solo così, secondo il vescovo Mario Toso, “può essere aggiornata e rinnovata. Solo così può completarsi quel circolo ermeneutico che include sia la formulazione della DSC sia la sua sperimentazione sia il suo ripensarsi e il suo aggiornarsi, indotti dalle res novae, dal mutare delle condizioni storiche. Tutto ciò mediante un incessante nascere e rinascere il cui unico obiettivo rimane quello del bene dell’umanità, della famiglia dei popoli in Dio”. Osserva monsignor Toso: “Ancora oggi, tra gli stessi ecclesiastici si è divisi sull’opportunità che i cattolici, per poter meglio offrire il proprio contributo alla società civile e alla politica, sul piano nazionale o sul piano internazionale, possano costituire dei partiti o no“.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Dimensione sociale

È specialmente su questo versante, aggiunge il presule salesiano, che si colloca e si staglia la personalità e il genio creativo ed operativo di monsignor Adriano Vincenzi. “È entro queste coordinate che si può comprendere l’apporto originale del Festival, che coinvolge la Chiesa italiana, l’associazionismo cattolico e no, il ricco mondo dei vari soggetti della famiglia, del volontariato e della cooperazione, del lavoro, dell’economia, della finanza, della sanità, della cultura, dell’ecologia integrale, delle nuove tecnologie comunicative, della politica– puntualizza il vescovo Toso-. Monsignor Vincenzi aveva il tratto del buon pastore che non alza la voce ma accompagna personalmente, in maniera suadente, i suoi amici con amabilità e tenerezza. Egli sapeva coinvolgere imprenditori, sindacalisti, professionisti, presbiteri, vescovi, religiosi, laici, giovani, nell’annuncio e nella testimonianza della Dottrina sociale della Chiesa”. Questo, chiarisce l’ex segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, “lo faceva mediante l’incontro, il dialogo, la spiegazione e la proposta del suo progetto, la sollecitazione all’impegno entusiasta, l’incoraggiamento nel dono di sé per Dio, per la Chiesa, per la gente. Non per niente era laureato in psicologia. Lui era seminatore perché buon pastore. Invitava molti ad essere, nella propria regione, nelle proprie associazioni, seminatori colmi di gioia e di speranza, solleciti nell’essere veri e liberi, segni nuovi. Di qui l’idea stessa della costituzione dei Gruppi di Dottrina sociale della Chiesa (Dsc), sparsi in tutta Italia. Nelle varie città“.

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