Le nuove generazioni iperconnesse si sentono più a loro agio nella comunicazione virtuale che in quella di persona, tendono a isolarsi in casa e non riescono a non guardare continuamente il cellulare – pure quando sono in compagnia, secondo una panoramica sugli adolescenti realizzata dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Per comprendere il rapporto dei giovani con il digitale e capire come le famiglie e la società possono stare al loro fianco per una vita online sana e una “in presenza” attiva, Interris.it parlato con la dottoressa Daniela Chieffo, professore Associato di Psicologia Generale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Unità operativa di psicologia clinica del Policlinico Gemelli di Roma.

L’intervista
Dottoressa, dal suo punto di osservazione in quanto esperta: in che modo i giovani utilizzano il digitale?
“Vedo crescere una forma di dipendenza nell’uso di sistemi come ChatGpt. A volte i giovani arrivano a comunicare, a confessare le proprie emozioni, all’intelligenze artificiale, e questo rappresenta un rischio molto elevato”.
Tra le dipendenze digitali giovanili, quali sono i fenomeni emergenti più preoccupanti?
“Aumentano sempre di più alcune forme di psicopatologia e di fobie sociali, oltre a comportamenti ossessivo-compulsivi, disturbi della nutrizione e del sonno, che purtroppo impattano sul funzionamento cognitivo e sociale”.
Allora, come riportare i ragazzi e le ragazze alla vita “in presenza”?
“Occorre che l’intera comunità si mobiliti per fornire ai più giovani spazi condivisi e metta in moto delle attività a loro dedicate. Ma a volte basta meno, perché i ragazzi possono interagire anche nel cortile della scuola. Dobbiamo pure tenere conto che la mente dei ragazzi di oggi è sempre più ‘digitale’ anche nel rapportarsi con gli altri e nelle occasioni di svago o intrattenimento”.
I genitori cercano di capire come stare accanto ai propri figli. Cosa gli direbbe?
“Un consiglio che darei ai genitori, per stare accanto ai loro figli sempre più digitali, è di educarsi a loro volta al digitale. Inoltre, occorre fortificare gli spazi di condivisione – anche stando al loro fianco in silenzio – perché favoriscono la comunicazione. Non sempre c’è bisogno di parole, a volte basta anche un semplice sguardo”.
Si sente di dire qualcosa, in conclusione?
“Sono convinta che se a questi ragazzi si forniscono delle alternative valide e si rendono consapevoli degli effetti negativi che possono scaturire dall’utilizzo inappropriato del digitale, lo comprendono. Ritengo serva un’azione formativa ed educativa su come usare questa tecnologia, perché può essere una grande risorsa ma anche contribuire all’aumento di psicopatologie”.

