Deep tech: i settori strategici per l’economia globale

Focus sull'andamento favorevole in Italia degli investimenti in tecnologie digitali 4.0

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Foto di Anne Nygård su Unsplash

Oggi l’economia è resa “globale” dagli scambi internazionali di beni (circa un quarto del prodotto mondiale), servizi (5% del Pil mondiale), lavoro e, soprattutto, capitali (lo stock degli investimenti esteri supera il Pil mondiale). anche in Italia si moltiplicano le iniziative “global”. Oltre 1,4 miliardi di euro nel 2026 per finanziare progetti “ad alto rischio e ad alto potenziale”, rileva Unioncamere Emilia-Romagna, nei settori “deep tech e strategici per l’Unione europea”. E’ la dotazione dello European innovation council (Eic), programma della Commissione europea all’interno di Horizon Europe dedicato imprese, startup e ricercatori con sovvenzioni, investimenti e servizi dedicati. Le opportunità di accesso ai fondi saranno al centro di un incontro in programma il 18 marzo dalle 9.30 al Dama Tecnopolo Data Manifattura Emilia-Romagna, a Bologna. “C’è un fenomeno che si sta facendo strada, da cui dipende già oggi la capacità di crescita e progresso dei Paesi industrializzati: è quello delle deep technology (o deep tech)- osserva Gianpiero Ruggiero, esperto in valutazione e processi di innovazione del Cnr-.Settori come lo spazio, le biotecnologie, la robotica, i computer quantistici, i semiconduttori e lo sviluppo di materiali avanzati, stanno avendo un’esplosione, tanto ampia quanto profonda, da risultare un’opportunità imperdibile per le imprese italiane.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Opportunità globale

Dopo l’avvento di Internet, che ha dato vita all’economia digitale e che ha fatto la fortuna di giovani imprenditori partiti dai garage, oggi il deep tech ha tutte le caratteristiche per diventare la nuova “onda d’innovazione”. Un’onda da cavalcare per le imprese italiane, data la vocazione manifatturiera del sistema produttivo italiana. Il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) è un ente pubblico di ricerca nazionale con competenze multidisciplinari, vigilato dal ministero dell’Università e della ricerca (Mur). Da oltre un secolo il Cnr ha il compito di realizzare progetti di ricerca scientifica nei principali settori della conoscenza e di applicarne i risultati per lo sviluppo del Paese, promuovendo l’innovazione, l’internazionalizzazione del “sistema ricerca” e favorendo la competitività del sistema industriale. Ogni giorno, il Cnr affronta le sfide del nostro tempo in molteplici settori. E cioè salute dell’uomo e del pianeta, ambiente ed energia, alimentazione e agricoltura sostenibile, trasporti e sistemi di produzione, Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione), nuovi materiali, sensori e aerospazio. Ma anche scienze umane e tutela del patrimonio culturale, scienze sociali, bioetica, scienze e tecnologie quantistiche, intelligenza artificiale, tecnologie abilitanti.

Commercio. Foto © Tom Fisk da Pexels.

Macro-tematiche

Le attività vengono svolte dal Cnr attraverso un patrimonio di risorse umane di oltre 9.000 dipendenti operanti su tutto il territorio nazionale, di cui circa 7.000 impegnati in ricerca e attività di supporto alla ricerca. La rete scientifica è costituita da 88 Istituti di ricerca e da sette Dipartimenti per aree macro-tematiche. Un contributo importante arriva dalle collaborazioni, anche internazionali, con i ricercatori delle università e delle imprese. Il Cnr, inoltre, è il maggior ente non universitario coinvolto nei dottorati di ricerca degli atenei italiani. Con l’obiettivo di contribuire all’alta formazione dei giovani mediante percorsi caratterizzati da altissimo profilo scientifico, innovazione e qualità della ricerca. Analizza Gianpiero Ruggiero:”Capitali disponibili, un basso livello di ricerca e sviluppo, la necessità di coinvolgere nei progetti le piccole imprese e le startup deep tech, le difficoltà di trovare persone qualificate e un’infrastruttura di politica industriale restano le sfide che si affacciano all’orizzonte. Gli investimenti in tecnologie digitali 4.0 stanno facendo da traino per l’intera economia”.

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Export. Foto di CHUTTERSNAP su Unsplash

Venture capital

Da qui l’esigenza di “costruire una politica industriale d’avanguardia intorno alle eccellenze che abbiamo e di continuare a investire e puntare sul digitale”. Secondo l’esperto “l’approccio all’innovazione deep tech offre delle opportunità straordinarie”. E se le imprese italiane, in alcuni campi di applicazione, saranno in grado di sviluppare efficaci modelli di business per sfruttarne le potenzialità, “potrebbero diventare da riferimento del panorama dell’innovazione”. Carlo Bagnoli e Massimo Portincaso documentano come il deep tech non sia una nuova tecnologia, ma un nuovo approccio all’innovazione aziendale. Per questo “il deep tech impone di cambiare la struttura dell’ecosistema di innovazione che conosciamo, composto solo da poche startup e fondi di venture capital”. E “a causa della complessità delle sfide che si trova ad affrontare e del profondo background scientifico necessario per vincerle, un’impresa deep tech è impossibile da sviluppare per due persone isolate in un garage di casa”. Perciò “è necessario aggiungere molti altri partecipanti, partendo dai centri di ricerca”.

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