La medicina contemporanea, pur raggiungendo vette tecnologiche e di efficienza terapeutica senza precedenti, rischia di smarrire il suo nucleo più profondo: la centralità della persona. In questa intervista, il professor Stefano Ojetti, presidente nazionale dell’AMCI (Associazione Medici Cattolici Italiani) lancia a Interris.it un potente appello per il recupero di una “medicina della consolazione”, un approccio in cui il ruolo del medico non si esaurisce nella pur fondamentale applicazione della scienza, ma si realizza pienamente nell’accompagnare il paziente, specialmente nelle fasi più vulnerabili della vita. In questo scenario, emerge con forza il valore e l’importanza strategica dell’Associazione, custode di una visione antropologica che rimette al centro l’umanizzazione delle cure. Secondo Ojetti, curare non significa solo trattare una patologia, ma farsi carico delle paure, delle passioni e delle fragilità del malato, ricostruendo quel patto di fiducia e vicinanza reciproca oggi minato da una deriva burocratica e difensiva.
L’intervista
Professor Ojetti, la medicina moderna è sempre più tecnologica ed efficiente. Tuttavia, lei parla spesso dell’importanza di una “medicina della consolazione”. Cosa intende esattamente?
“Io direi che il verbo finale, il consolare, è qualcosa che arriva per forza alla fine della vita. Si giunge a un certo momento in cui, come medico, non hai più armi scientifico-terapeutiche a disposizione. È in quel preciso istante che devi essere in grado di saper usare un altro tipo di medicina: quella della consolazione. Quando noi prendiamo in cura un paziente, non ci limitiamo a curarlo dal punto di vista prettamente scientifico. Prenderlo in carico significa vivere le sue tormente, le sue paure, le sue passioni. È proprio in questa fase che il medico compie un salto decisivo verso la vera umanizzazione della medicina”.
Oggi si avverte il bisogno di recuperare il rapporto di cura all’interno della rete sociale. Quale può essere il primo passo per ricostruire questa relazione, partendo proprio dal mondo sanitario?
“Parlando da medici, credo che il primissimo passo sia recuperare l’autentico rapporto medico-paziente. Il malato oggi ci deve guardare come ci guardava trent’anni fa: come quella persona che farà di tutto per portargli un beneficio. Purtroppo, la realtà attuale è ben diversa. Oggi il paziente spesso ci vede come una controparte, eventualmente da denunciare se le cose non vanno come sperato. Questo è un paradigma che dobbiamo assolutamente cambiare, anche e soprattutto per una questione di umanizzazione. Quando questo legame di fiducia comincerà a ricostituirsi, assisteremo a un avvicinamento. E la vicinanza comporta l’aiutarsi reciprocamente, comporta il dare speranza e l’aiutare il paziente a vivere meglio i suoi momenti peggiori”.
Oltre all’ambito medico, come si può ricostruire questo legame a livello comunitario?
“È evidente che la scuola, la parrocchia, la politica e la famiglia – intesa come unione tra uomo e donna con prole – devono concorrere insieme. Tutti devono collaborare per ricostituire quel tessuto sociale che esisteva 30 o 40 anni fa. Se non arriveremo a questo e ognuno continuerà ad andare per la propria strada, credo che sarà molto difficile ricostruire la nostra società. In un contesto sociale complesso, si parla molto di contrasto alla ‘cultura della morte'”.
Come possiamo promuovere una vera cultura della vita e infondere speranza e coraggio nelle future generazioni?
“Rifacendomi proprio a quanto dicevo prima, la cultura della vita si trasmette a cominciare dalla famiglia. Penso ai genitori che seguono i figli, che li accompagnano a scuola, che una volta – come si diceva – vigilavano sulle loro frequentazioni e sulle amicizie. E poi c’è la scuola, un luogo dove l’insegnante deve poter tornare a fare l’insegnante. Viceversa, oggi assistiamo a una dinamica preoccupante, spesso per colpa dei genitori stessi: tendiamo a sostenere i figli a prescindere, anche quando fanno cose non in linea con il contesto scolastico, fino ad arrivare a veri e propri episodi di violenza. Ci sono genitori che giustificano sempre e comunque. Capite bene che, continuando in questo modo, sarà difficile riprendere un discorso sociale serio e fecondo”.

