Il coraggio di restare a Gerusalemme. Il suo nome italianizzato è Andrea come il fratello di Pietro: i due pescatori chiamati da Gesù all’apostolato. A In Terris racconta cosa significa essere una famiglia cristiana nei luoghi santi dopo la tragedia di Gaza. A partire da una domanda drammatica: “Perché non lasciate questa terra e non ve ne andate da qui per il futuro dei figli?”. La risposta è netta: “Siamo qui abbiamo perché abbiamo una missione da compiere: testimoniare ciò che abbiamo ricevuto. Il perdono e l’amore”.

Un segno da Gerusalemme
“Noi siamo 4 persone: mia moglie ed io e due figlie, nella nostra famiglia la fede non è vissuta come un confine, ma come un ponte – racconta Andrea-. In questi anni di guerra abbiamo sperimentato quanto sia importante l’educazione, e il modo di spiegare le cose ai figli, in modo da far capire che Dio non ci lascia mai. Lui è il padrone della storia, Lui ci ha creati in questo contesto, Lui deve pensare a noi. Secondo me essere cristiani non ci separa dagli altri, ma ci responsabilizza di più verso tutta la comunità in cui viviamo. Cerchiamo di educare i nostri figli al rispetto, all’ascolto e alla consapevolezza che ogni persona porta una storia e una sofferenza”. Prosegue: “La nostra appartenenza cristiana si esprime nei piccoli gesti quotidiani. Nell’accoglienza, nel dialogo, nel rifiuto dell’odio e delle generalizzazioni. Cerchiamo di trasmettere e chiarire ai figli che se la fede in Dio è autentica certamente deve portare ad amare l’uomo che è creato a sua immagine e somiglianza e non crea muri. Al contrario, aiuta a vivere insieme, anche nelle differenze, senza paura.

Cosa significa essere cristiani in Terra Santa in un momento così delicato?
“In un tempo segnato da paura, rabbia e ferite profonde, siamo chiamati a non lasciarci trascinare dalla logica della violenza o della vendetta. La violenza non genera futuro, e l’ingiustizia – anche quando viene giustificata – non diventa mai vera giustizia. Per noi oggi essere cristiani in Terra Santa significa vivere da cristiani. Significa accettare con pazienza la mancanza di comprensione dell’altro e la chiusura mentale della società. Vuol dire accettare di essere giudicato e di testimoniare il coraggio di fronte ai figli quando veramente si ha paura. Continuare a credere quando viene meno la fede per trasmettere ai figli la convinzione che c’è ancora posto per un futuro migliore. Il Vangelo ci ricorda che siamo sale della terra (Mt 5,13): non per dominare, ma per dare sapore, per preservare ciò che è buono”.

Qual è la quotidianità in uno scenario di guerra cronica?
“In un contesto in cui manca l’umanità la situazione difficile porta a venire meno il senso di restare umano. Perciò ogni giorno dobbiamo sforzarci di tornare alla radice della nostra fede. Essere artigiani di pace, ponti viventi, testimoni coraggiosi di qualcosa che manca molto nella nostra realtà sociale. E cioè il perdono. La riconciliazione manca in modo assoluto e al suo posto ci si trova di fronte all’odio e alla vendetta. Il perdono è caratteristica umana ma soprattutto cristiana, affidata a noi da Gesù. Lo recitiamo nella preghiera quotidiana del Padre Nostro. Quando si raggiunge una maturità dell’amore, quando il cuore torna a Dio allora si può perdonare. Viviamo in un contesto nel quale ci si accorge che le persone che conosci cominciano a prendere le distanze e a chiudersi. Da un lato vedi come gli altri ti guardano e dubitano di te in base alla tua razza o fede. Dall’altro lato ti responsabilizzi a superare la diffidenza e a continuare a credere nel uomo, a insegnare ai figli che non devono giudicare nessuno perché siamo chiamati ad amare tutti. Il momento piu coraggioso è quando decidi di fare il primo passo verso l’altro a prescindere della sua appartenenza religiosa”.

Dopo la tregua a Gaza è in atto una ripresa dei pellegrinaggi?
“Sì, lentamente e con molta prudenza si avverte una ripresa dei pellegrinaggi. Non è una ripresa numerica paragonabile al passato, ma è forse più profonda. Chi torna oggi in Terra Santa non lo fa per curiosità o per turismo religioso, ma per solidarietà, preghiera e vicinanza. Venire qui è un gesto concreto: pregare nei luoghi santi, sì, ma anche sostenere le comunità locali, guardare negli occhi chi vive ogni giorno questa fragilità, e dire con la propria presenza: ‘Non siete soli’. Il cristiano è chiamato a testimoniare ciò che manca oggi testimoniando che c’è ancora posto per perdonare ed amare anche quando tutto sembra gridare il contrario. Questo è il cuore e il senso della nostra presenza cristiana in Terra Santa”.

Nella sua famiglia come viene condivisa l’appartenenza religiosa con il resto della comunità?
“In questi ultimi tempi è in corso il doloroso esodo dei cristiani. Tanti lasciano la Terra Santa e ciò è dovuto a moltissime motivazioni. Ma qui noto che nelle difficoltà la gente torna a pregare. Si avverte il bisogno di sentirsi avvolti dalla comunità vera. E’ un lavoro pastorale comunitario che va compiuto costantemente affinché i clero e i laici si sentano legati. Chi torna oggi in Terra Santa cerca soprattutto senso. Le domande che sento più spesso non sono organizzative, ma spirituali: Come si può credere ancora? Dove si trova Dio in mezzo al dolore? Come pregare davanti a tanta sofferenza? Molti pellegrini desiderano incontri autentici. Con i luoghi santi, con le comunità locali, con il silenzio e con la Parola. Il loro ritorno è motivato dal desiderio di riconnettersi alle radici della fede. Un modo per trasformare il pellegrinaggio in un impegno: tornare a casa diversi, più consapevoli, più responsabili, più umani”.

