Continuità nella differenza: il passaggio dei pontificati

Le premesse del nuovo cammino della Chiesa nella società contemporanea

Vaticano. Foto © Arnold Straub su Unsplash

Il succedersi dei pontificati come tratto distintivo delle epoche. Una continuità nelle differenza lungo la strada tracciata dal Vaticano II. Papa Leone XIV, nel suo discorso ai cardinali, ha manifestato il suo impegno a proseguire il cammino avviato dal Concilio Vaticano II. Evidenziando la necessità di rimanere fedeli alle sue riforme e al suo spirito.  Per Karol Wojtyla il Concilio ha posto le premesse del nuovo cammino della Chiesa nella società contemporanea. Pur essendo la stessa di ieri, la Chiesa vive e realizza in Cristo il suo “oggi”, che ha preso il via soprattutto dal Vaticano II. Il Concilio ha preparato la Chiesa al passaggio dal secondo al terzo millennio dopo la nascita di Cristo. Anche Joseph Ratzinger, dal 1962 al 1965, ha garantito un rilevante apporto al Concilio Vaticano II come “esperto”. E ha assistito come consultore teologico il cardinale Joseph Frings, arcivescovo di Colonia. In realtà il lascito conciliare di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger si riscontra in una pluralità di aspetti del pontificato di Francesco.

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Papa Leone XIV incontra i giornalisti (@ Francesco Vitale)

Pontificati in sintonia

L’anelito sinceramente ecumenico che lo spinge a considerare il primato petrino in termini di servizio alla cristianità e non di dominio, l’impostazione autenticamente universale della sua missione pastorale, il debito di riconoscenza che nell’ultimo mezzo secolo accomuna tutti i pontefici per la straordinaria intuizione di Giovanni XXIII. Un lascito da personalizzare. I pontefici rappresentano tutti una parte di una storia organica e continua. Le accentuazioni proprie di ciascun pontefice non sono altro che puntualizzazioni e richiami per una attività apostolica più incisiva e rispondente alle esigenze del momento. Quindi definire il papa buono o misericordioso serve soltanto per evidenziare e attirare l’attenzione sull’operato specifico, ma non serve per limitare l’attività di un pontefice. Queste caratterizzazioni vanno usate con molta accuratezza perché sono limitate e qualche volta anche usate ad arte per non solo sottovalutare l’operato pontificio, ma prendono solo aspetti secondari, dimenticando l’essenziale che caratterizza l’attività di ogni pontefice. L’eredità conciliare di Karol Wojtyla e di Joseph Ratzinger consiste nella continua ripresa dei testi e dello spirito conciliare, incarnandoli nella loro grande testimonianza. La lezione del Vaticano II nell’insegnamento di Francesco più presente e più richiamata è l’evangelizzazione, come dimostra anche l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Francesco offre la Chiesa al mondo moderno con una forte apertura.

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Lo stemma di Papa Leone XIV (foto: Vatican Media)

Somiglianza

Una grande somiglianza tra Giovanni XXIII e Francesco c’è ed è positiva. Il filo rosso che lega Giovanni XXIII e Jorge Mario Bergoglio in campo ecumenico è l’incontro diretto con le comunità e i responsabili delle varie confessioni o comunità cristiane. Tutte e due hanno messo al primo posto non i documenti, ma cercare un’esperienza comune, offrire una testimonianza. La dimensione della Chiesa povera per i poveri in Francesco deriva dalla sua attività prima e dopo la sua consacrazione a vescovo, e poi nel pontificato. La sua prevalente attività è quella  pastorale. Ciò gli ha conferito la preoccupazione di ritrovare nel Concilio i testi che si riferiscono in un modo o in un altro alla Chiesa povera per i poveri. La misericordia nel Concilio è espressa potentemente nella Gaudium et Spes 42 e 90. C’è l’auspicio che gli Istituti promuovano la collaborazione tra le nazioni. Si può andare a vedere sant’Agostino, quando propone e attua centri di aiuto per i poveri e invita i suoi sacerdoti ad evangelizzare tutte le etnie presenti nel territorio della sua diocesi. Un passaggio di consegne problematico. La Chiesa in Sud America e in Europa: è proprio vero che in Sud America il Concilio è stato messo in pratica più che in Europa? È molto discutibile. Ci sono aspetti di attuazione molto esteriori e altri più essenziali. Francesco deve riportare la fede tanto in Europa quanto in America Latina.

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Esperienza

Tutte e due ne hanno un bisogno urgente e radicale. Jorge Mario Bergoglio si interessa tanto dell’Europa quanto dell’Africa e dell’America, quella del Nord come quella del Sud. La sua esperienza argentina è utile a pastori e fedeli occidentali. Il Concilio è stato, è e sarà il programma dei predecessori e dei successori Francesco che è conciliare quanto gli altri pontefici. Bergoglio, tuttavia, è totalmente immerso dentro i contenuti e il metodo del Concilio, è un figlio del Concilio, come se vi avesse partecipato. Per capire quanto il Concilio abbia incrociato le strade dei due più diretti predecessori di Francesco, è fondamentale l’intervista di Wlodzimierz Redzioch a Benedetto XVI contenuta nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano”, pubblicato dalle edizioni Ares. L’intervistatore chiede a Joseph Ratzinger: Santità, il suo nome e quello di Karol Wojtyla sono legati, a vario titolo, al Concilio Vaticano II. Vi siete conosciuti già durante il Concilio? La risposta è franca e limpida. Il primo incontro consapevole tra Ratzinger e il cardinale Wojtyla avvenne solamente nel Conclave in cui venne eletto Giovanni Paolo I. Durante il Concilio, avevano collaborato entrambi alla Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo e tuttavia in sezioni diverse, cosicché non si erano incontrati.

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Foto © VaticanMedia

Incontri

Nel settembre del 1978, in occasione della visita dei vescovi polacchi in Germania, Ratzinger era in Ecuador come rappresentante personale di Giovanni Paolo I. Naturalmente Ratzinger aveva sentito parlare dell’opera di filosofo e di pastore dell’arcivescovo di Cracovia, e da tempo desiderava conoscerlo. Wojtyla, dal canto suo, aveva letto l’Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, che aveva anche citato agli esercizi spirituali da Wojtyla predicati per Paolo VI e la Curia nella Quaresima del 1976. Perciò è come se interiormente Wojtyla e Ratzinger desiderassero entrambi di incontrarsi. Ratzinger racconta di aver provato sin dall’inizio una grande venerazione e una cordiale simpatia per il metropolita di Cracovia. Nel pre-Conclave del 1978, racconta Ratzinger, Wojtyla analizzò per i cardinali in modo illuminante la natura del marxismo, ma soprattutto Ratzinger racconta di essere rimasto subito colpito dal fascino umano che Wojtyla emanava e, da come pregava, avvertendo quanto Wojtyla fosse profondamente unito a Dio.

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Foto nicolasweldingh Unsplash

Ecumenismo

Tante le sfide dottrinali affrontate insieme. La prima fu la teologia della liberazione che si stava diffondendo in America Latina. Sia in Europa che in America del Nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma per Wojtyla e Ratzinger questo era un errore. La povertà e i poveri erano senza dubbio posti a tema dalla teologia della liberazione e tuttavia in una prospettiva molto specifica. Le forme di aiuto immediato ai poveri e le riforme che ne miglioravano la condizione venivano condannate come riformismo che ha l’effetto di consolidare il sistema: attutivano, si affermava, la rabbia e l’indignazione che invece erano necessarie per la trasformazione rivoluzionaria del sistema. E uno dei principali problemi del lavoro di Ratzinger, negli anni da prefetto della Dottrina della fede, fu lo sforzo per giungere a una corretta comprensione dell’ecumenismo.

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