Il comparto dello street food (in italiano “cibo di strada”) indica l’insieme di cibi e bevande pronti al consumo, preparati o venduti in luoghi pubblici come strade, mercati, fiere o tramite furgoni attrezzati (i cosiddetti food truck). Offre un pasto rapido, informale e accessibile. Arancine e panelle in Sicilia, pizza fritta o a tranci in Campania, piadine in Emilia-Romagna, focaccia e farinata in Liguria. Il rapporto appena pubblicato da Unioncamere e InfoCamere rileva come sia cambiata la struttura imprenditoriale del comparto. Le imprese individuali restano la forma prevalente, con 3.157 attività registrate e una quota pari al 73,7% del totale. Emerge la conferma del forte radicamento di iniziative di piccola dimensione e spesso a carattere familiare. Accanto a questa componente storica si osserva però un processo di progressiva strutturazione del settore. Le società di capitale, infatti, sono passate da 105 a 620 unità in dieci anni, registrando una crescita che sfiora il 500%. A riprova di un comparto sempre più capace di attrarre investimenti e consolidare la propria presenza sul mercato. Quindi non è più soltanto un boccone al volo o una semplice alternativa al ristorante tradizionale, ma un modello d’impresa strutturato che conquista capoluoghi, coste e piccoli borghi dell’entroterra.

Comparto in crescita
A guidare la trasformazione del settore è la forte spinta del Mezzogiorno unita alla spiccata evoluzione organizzativa del comparto, che ha visto aumentare le società di capitale di quasi sei volte in dieci anni. Nello stesso arco temporale anche la geografia del settore si è allargata includendo 717 nuovi comuni. Al 31 marzo 2026 i Comuni italiani con almeno un’impresa registrata che svolge un’attività riconducibile allo street food sono 1.975, contro i 1.258 del 2016. Con una crescita del perimetro coperto pari al 57%. Questo incremento comporta che oggi più di un comune italiano su quattro ospita almeno un’attività del comparto, mentre dieci anni fa il fenomeno riguardava poco più di uno su sei. Dietro questi numeri emerge un cambiamento più profondo. Lo street food non rappresenta più soltanto una modalità alternativa di ristorazione, ma un modello imprenditoriale che ha saputo adattarsi a contesti molto diversi tra loro, intercettando nuove abitudini di consumo, la crescita del turismo esperienziale e una domanda sempre più orientata verso formule di ristorazione flessibili, informali e di prossimità. La diffusione territoriale conferma questa evoluzione. Il Mezzogiorno concentra quasi la metà delle imprese registrate, a testimonianza del legame tra street food e crescente attrattività turistica e valorizzazione delle tradizioni gastronomiche locali.

Mappa nazionale
A livello regionale, dopo la Lombardia saldamente in testa con 544 imprese, nel 2026 le regioni con il maggior numero di attività sono Sicilia (514), Puglia (510), Lazio (371) e Campania (361). Tra le province, alle spalle di Milano (256 imprese) troviamo Roma (230), Lecce (192), Torino (170) e Napoli (162). Scendendo infine a livello comunale, la palma di regina dello street food va a Roma (129 attività) che scavalca di pochissimo Milano (128). A distanza seguono Torino (78), Palermo (48) e Bari (44). Lo street food o cibo di strada si consuma spesso camminando o in piedi, senza bisogno di posate complesse, grazie a confezioni (packaging) pensate per il trasporto. Spesso riflette la storia e l’identità gastronomica di un territorio, con radici antichissime (presente già nell’antica Grecia e a Roma). Negli ultimi dieci anni lo street food in Italia ha vissuto un vero e proprio boom. Secondo l’ultima rilevazione di Unioncamere e InfoCamere, al 31 marzo 2026 le attività registrate hanno raggiunto quota 4.286 unità: quasi il doppio rispetto alle 2.271 del 2016 (+88,7%). Si tratta di realtà capillarmente distribuite su 1.975 comuni.

