VENERDÌ 06 LUGLIO 2018, 00:01, IN TERRIS

Cannabis light: fa male o no?

Viaggio nell'intricato mondo della sostanza stupefacente ma con thc più basso

FEDERICO CENCI
Cannabis
Cannabis
“N

on può essere esclusa la pericolosità della cannabis light”. Il parere del Consiglio superiore di sanità (Css), richiesto nel febbraio scorso dal Ministero della Salute, ha agito come un detonatore, riaccendendo un dibattito sopito che aspettava soltanto la miccia giusta: è opportuno o no liberalizzare la vendita di canapa con un contenuto di thc inferiore allo 0,6%? Un anno fa, quando iniziavano a sorgere in tutta Italia i rivenditori di tale sostanza considerata “leggera”, il fondatore della comunità di recupero Villa Maraini, Massimo Barra, in un’intervista ad In Terris anticipò, in qualche modo, il giudizio del Css: “Disquisire intorno al limite dello 0,6 per cento di thc è irrilevante. È estremamente pericoloso tutto ciò che attenta al sistema nervoso centrale, che è la parte più raffinata e differenziata del corpo, nonché la più delicata”. E ancora, con romana schiettezza, il dottor Barra aggiunse: “Se la gente la consuma (la cannabis light, ndr), è perché je piace. E se je piace, è perché c’è l’effetto psicoattivo, qualunque esso sia: rilassante, immunizzante, ansiolitico… Possiamo chiamarla ‘light’ o in qualunque altro modo, sempre di droga si tratta”.


Rivenditori vicino alle scuole

Il parere medico attesta, dunque, che siamo dinanzi a una sostanza stupefacente a tutti gli effetti. La quale, oltre a suscitare preoccupazioni sui potenziali danni alla salute, rappresenta un’enorme fucina di affari. Lo testimonia il fatto che nell’arco di poco più di un anno, sono 422 i rivenditori di cannabis light sorti in tutta Italia. Una vera e propria proliferazione, ad oggi priva di alcune normative precise che a livello amministrativo regolano, ad esempio, il mercato del gioco d’azzardo, i cui locali adibiti devono essere posizionati ad una certa distanza da luoghi sensibili come scuole ed ospedali. Ecco allora che sono scaturite le prime polemiche, come quella che ha coinvolto la preside del Liceo Dante Alighieri di Roma, che come racconta Il Messaggero ha chiesto l’intervento del prefetto perché davanti alla sua scuola è nato un “canapa shop”. Stesse polemiche anche altrove, tipo a Campobasso, dove la presenza di un negozio di tal risma a pochi passi da tre scuole superiori ha scatenato la rivolta dei genitori. Il Comune ha però respinto ogni responsabilità: “Abbiamo le mani legate”, la risposta riportata da Primo Numero, in quanto l’apertura di negozi del genere è disciplinata dalle normative nazionali.


I vuoti normativi

Normative che, tuttavia, presentano ancora diverse lacune. FanPage racconta che un tabaccaio ha fatto ricorso dopo aver ricevuto una multa poiché nel suo locale vendeva cannabis light. Per la vendita di tabacco o suoi surrogati, infatti, le tabaccherie possono rifornirsi soltanto dai cosiddetti “depositi fiscali territoriali” dell’Agenzia delle Dogane e Monopoli (Aams). Ma la cannabis qui non si trova, e quindi i tabaccai si rivolgono a fornitori privati. Ne deriva un paradosso, per cui la cannabis light può essere venduta ovunque, persino in un negozio di vestiti, ma non in tabaccheria. Chi si dichiara intenzionata a colmare il vuoto normativo è Giuditta Pini, deputata del Pd, che ha di recente chiesto alla Camera un’indagine conoscitiva sulla cannabis light. “L’ obiettivo - ha detto a L’Indro - è riuscire a dare una regolamentazione chiara laddove questa non c’è”. Si presume, vista la posizione favorevole della Pini sulla legalizzazione della marijuana, che la regolamentazione a cui aspira vada nella direzione del provvedimento sostenuto da un intergruppo parlamentare sull’uso ricreativo della cannabis e che un anno fa è stato affossato alla Camera. “Le mafie ringraziano”, commentarono i Radicali, da sempre sostenitori della tesi per cui il proibizionismo arricchisca i gruppi criminali che detengono lo spaccio di sostanze stupefacenti. Sulla stessa lunghezza d’onda lo scrittore Roberto Saviano, che qualche settimana fa in una trasmissione Rai ha avuto modo di esporre questa tesi con un monologo a dei liceali (i telespettatori aspettano ancora che il servizio pubblico conceda un diritto di replica).


Legalizzazione: perché le mafie non ci rimettono

Tesi, quelle dei Radicali e di Saviano, che respingono in tanti, a cominciare dal procuratore Nicola Gratteri e per seguire con Gianni Testino, presidente della Società Italiana di Alcologia, il quale in un editoriale su Repubblica afferma che “il giro d’affari per le droghe cosiddette leggere è basso. Queste organizzazioni (criminali, ndr) stanno avvelenando il mondo muovendo cocaina ed eroina per miliardi di euro. Inoltre, lo Stato non è concorrenziale. Le mafie per coltivare canapa o importarla dall’estero non pagano luce, acqua e personale, se lo Stato legalizzasse la cannabis dovrebbe pagare mano d’opera, confezionamento, trasporto. Insomma il prodotto della malavita costa molto di meno. Solo in pochi si rivolgerebbero al mercato ufficiale, preferendo il mercato nero. Ricordiamo, inoltre, come vengano inseriti nel mercato illegale prodotti sintetici sino a trenta volte più potenti”. E ancora, Testino ne fa anche una questione pedagogica: “La possibilità di poter comprare liberamente cannabis (anche leggera) non è un buon messaggio educazionale. La comunicazione che arriva ai giovani è contraddittoria, altera la percezione del rischio e ne normalizza il consumo”.


Cannabis light come finestra di Overton?

La vendita libera di cannabis light, pertanto, avrebbe anche un impatto culturale. Uno dei fondatori di una start-up della canapa ha dichiarato l'anno scorso a La Repubblica  che l’azienda “più che un obiettivo commerciale, ha una missione sociale: mostriamo come potrebbe essere la legalizzazione”. Ecco svelato l’obiettivo: attraverso una sorta di finestra di Overton, si vuole gradualmente sdoganare nell’opinione pubblica l’idea della droga libera. Ora però la palla passa alla politica, che anche sulla base dell’allarme lanciato dal Css, deve decidere su questa materia. Se ci si affidasse al saggio e antico principio di precauzione, bisognerebbe produrre una legge che vieta la vendita e il consumo di cannabis, a prescindere dalla percentuale di thc. E su questa linea, in attesa di un pronunciamento anche dell'Avvocatura dello Stato, sembra essere il ministro della Famiglia, con delega alle politiche antidroga, Lorenzo Fontana, che in un’intervista a La Stampa è stato chiaro: “Mi riconosco nella formula della ‘tolleranza zero’. E non liberalizzerò la cannabis. Penso ai genitori: non credo vorrebbero che i loro figli fumino”. Del resto, l'aut aut è fin troppo chiaro: o si sta dalla parte delle famiglie e della salute dei cittadini oppure dalla parte del profitto immediato e ad ogni costo.

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