A Betlemme torna il Natale “ma la tregua è fragile. Da Israele concessi 12mila permessi ma i fedeli sono molti di più”, dice dalla Custodia di Terra Santa padre Ibrahim Faltas. Betlemme, dopo due anni di “buio”, si prepara a vivere il Natale con luci, sfilate scout, canti e mercatini e con il grande albero allestito in piazza della Mangiatoia, antistante la basilica della Natività di Gesù. Un motivo di angoscia va ricercato negli attacchi diretti contro la libertà di culto, negli atti di violenza e nelle discriminazioni contro le persone e nella profanazione di chiese, simboli religiosi e cimiteri da parte di elementi estremisti in particolare dell’ebraismo ultraortodosso che nel tempo hanno contribuito a creare una minaccia costante per i cristiani. In Palestina, ricostruisce il Sir, religione, cultura e politica si intrecciano. Ciò si ripercuote sulla celebrazione del Natale, in particolare dopo il 7 ottobre 2023, con la guerra in corso a Gaza e con le tensioni in Cisgiordania. E con l’invocazione del diritto all’esistenza, alla conservazione della propria identità e alla difesa del proprio patrimonio storico e religioso. Padre Ibrahim Faltas è stato mediatore durante i 39 giorni dell’assedio israeliano della Natività dove si erano rifugiati 240 militanti palestinesi.

Speranza a Betlemme
“Dopo due anni dolorosi, Betlemme si illumina di speranza in attesa del Natale. Per due anni consecutivi, nella città dove è nato Gesù, in solidarietà con i fratelli di Gaza e per la mancanza di pellegrini, a Betlemme sono state celebrate le liturgie con molta partecipazione dei cristiani locali. Ma sono mancate le tradizionali manifestazioni che coinvolgono tutti i betlemiti di ogni religione. Quest’anno è stato riacceso il grande albero sulla piazza della Mangiatoia per ridare speranza e un sorriso a chi soffre una situazione molto difficile in Cisgiordania”, racconta padre Ibrahim Faltas, direttore delle Scuole di Terra Santa. “A Gaza si soffre e si muore ancora a causa di una tregua fragile iniziata un mese e mezzo fa – avverte il francescano – e che non sta portando ad un cessate il fuoco definitivo – non sta portando all’ingresso di sufficienti aiuti umanitari e soprattutto non fa intravedere la desiderata pace”.

Permessi insufficienti
“Dalle autorità israeliane sono stati concessi circa 12.000 permessi – aggiunge per quanto riguarda i permessi rilasciati per spostarsi da una parte all’altra dei Territori occupati sotto il controllo di Israele per prendere parte alle celebrazioni natalizie -, che avranno validità fino al 20 gennaio 2026, per i cristiani della Cisgiordania. Il numero dei permessi è sempre ridotto rispetto al numero totale dei fedeli di religione cristiana”. “Spero fortemente – si augura quindi padre Faltas- nella ripresa dei pellegrinaggi per un aiuto importante all’economia delle comunità cristiane che contano sulle presenze dei pellegrini per condividere e far conoscere direttamente dalla loro voce la situazione in Terra Santa e per sostenere le proprie famiglie. In Avvento a Betlemme l’attesa della pace è l’attesa del rispetto per le vite oltraggiate e offese, è l’attesa del ritorno del sorriso sui volti dei bambini, è l’attesa per il ritorno a sentimenti di solidarietà e di comprensione fra i popoli”.

Presenza cristiana
La presenza cristiana in Palestina è storica, risalente alle origini del cristianesimo, ma oggi è una minoranza in forte calo, composta principalmente da greco-ortodossi, cattolici (rito latino e melchita) e altre denominazioni, concentrata soprattutto in aree come Betlemme e Ramallah. Un presenza, però, in costante diminuzione a causa dell’emigrazione, dei conflitti e delle difficoltà economiche, nonostante il ruolo significativo nelle comunità locali e la presenza di istituzioni religiose come il Patriarcato Latino di Gerusalemme. Le continue tensioni e prevaricazioni nel West Bank hanno creato un clima di insicurezza tale da spingere molti cristiani, che ne avevano la possibilità, a emigrare in cerca di una vita migliore. Gli attacchi e le violenze da parte di gruppi estremisti nei loro confronti sono andati crescendo con l’acuirsi del confitto. L’occupazione di territori, le espropriazioni da parte dei coloni e le restrizioni alla libertà di movimento imposte dalle autorità israeliane (come la costruzione del muro di separazione) hanno reso la vita quotidiana estremamente difficile per i cristiani palestinesi. Limitando l’accesso al lavoro, all’istruzione quando non alla stessa famiglia. Le demolizioni di abitazioni palestinesi, le vandalizzazioni del sistema idrico di interi villaggi, sono il frutto di un chiaro piano per un allontanamento dei palestinesi dal territorio e la creazione di spazi per gli insediamenti dei coloni israeliani. La tolleranza della magistratura israeliana verso accertate violenze compiute da colonizzatori sulla popolazione palestinese e l’assenza di prospettive di un freno o di un termine per tale situazione hanno generato un profondo senso di sconforto, soprattutto tra i giovani cristiani, che si sentono sempre più “indesiderati” nella terra dei loro antenati e cercano opportunità altrove, dice a Vatican News il governatore generale dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro, Leonardo Visconti di Modrone.

