Area C5: ecco perché è strategica per il Made in Italy

Export, nel 2025 due miliardi di valore delle merci italiane verso l'Asia Centrale: i dati diffusi durante l' iniziativa di Unioncamere alla Fiera del Levante a Bari

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Export. Foto di CHUTTERSNAP su Unsplash

L’Area C5 dell’Asia Centrale comprende i cinque Stati ex sovietici della regione. E cioè Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. L’Italia esporta merci nella cosiddetta “area C5” dell’Asia centrale per due miliardi di euro. “In questa regione l’Italia già esporta complessivamente merci per un valore di 2 miliardi di euro, dei quali oltre 800 milioni riguardano impiantistica e meccanica industriale o agricola”, spiega Cosmo Albertini, responsabile dell’ufficio studi di Unioncamere Puglia. E, aggiunge, “la Puglia in questi mercati ha l’opportunità di ragionare in un’ottica di filiera. Presentandosi con un’offerta integrata, capace di affiancare le produzioni agroalimentari alla fornitura di tecnologie industriali e agricole, ma anche alle attività di servizio legate all’agro business”. Alla Fiera del Levante si sono svolti numerosi incontri diretti tra imprese pugliesi, rappresentanti istituzionali, agenzie di investimento. “La Puglia e la regione uzbeka Kashkadarya hanno molte caratteristiche in comune – evidenzia l’ambasciatore dell’Uzbekistan in Italia, Abat Fayzullaev -. Dalla dimensione demografica al clima secco e alla sfida della scarsità idrica. Per questo vediamo grandi possibilità di cooperazione, in particolare nella gestione dell’acqua, nella trasformazione agroalimentare e nelle tecnologie per lo stoccaggio e la lavorazione di frutta e verdura. L’obiettivo è mettere direttamente in contatto imprese pugliesi e uzbeke e costruire partenariati concreti tra i due territori“.

Agricoltura (@ Steven Weeks su Unsplash)

Area C5-opportunità

Non soltanto, dunque, nuovi mercati per i prodotti agroalimentari pugliesi, ma Paesi con i quali costruire relazioni economiche più strutturate, capaci di mettere insieme food, tecnologie, meccanica, impiantistica, logistica e servizi per l’agrobusiness. “Questi mercati- osserva Francesco Paolicelli, assessore all’Agricoltura e Sviluppo Rurale della Regione Puglia- rappresentano per la Puglia rispettivamente un’area di particolare interesse. Per la prossimità geografica, per i rapporti commerciali già esistenti e per la possibilità di costruire nuove relazioni lungo le filiere agroalimentari e, nello specifico per l’area C5, un mercato più lontano ma con interessanti prospettive d’accesso a un’area dell’Asia centrale nella quale è importante essere presenti e costruire relazioni durature”. Per la Puglia significa soprattutto “portare sui mercati internazionali la qualità e la riconoscibilità delle nostre produzioni, dal fresco alle trasformazioni agroalimentari, accompagnando le imprese nella ricerca di nuovi interlocutori, nuovi canali di distribuzione e nuove modalità di commercializzazione“. Aggiunge Paolicelli: “È in questa direzione che si inserisce anche il lavoro per mettere in moto l’aeroporto di Grottaglie e renderlo funzionale al trasporto delle merci, creando nuove opportunità per la logistica agroalimentare pugliese. Dobbiamo quindi lavorare contemporaneamente su internazionalizzazione, nuovi canali distributivi, commercializzazione, packaging sostenibile e infrastrutture. L’obiettivo è uno solo. Aprire nuovi mercati alle nostre imprese e fare in modo che la qualità dell’agroalimentare pugliese possa viaggiare sempre più lontano, arrivando in condizioni ottimali al consumatore”.

La città Bukhara, in Uzbekistan. Foto di Darrell Chaddock su Unsplash

Ex Urss

Dopo aver svolto un tirocinio alla Commissione Europea, Gianmarco Donolato ha lavorato per ERTICO ITS Europe. Un’organizzazione che si occupa di progetti europei nel settore del trasporto intelligente e della mobilità urbana. Per Geopolitica.info ha raccontato lo spazio post-sovietico e politiche energetiche, con un focus sulle relazioni nel settore dell’energia tra Ue e Russia. Dal punto di vista storico e geopolitico, spiega Gianmarco Donolato, “la caduta dell’Unione Sovietica comportò lo smembramento delle Repubbliche che la componevano fino al 1991 in vari Stati indipendenti. Per le Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale si aprì una difficoltosa strada verso lo sviluppo economico interno. Difficoltosa poiché la centralizzazione e le gerarchie di eredità sovietica non semplificarono il processo di adattamento ad un sistema economico non più di stampo socialista. In particolare, alcuni settori risentirono del cambiamento repentino più di altri; un esempio è il settore energetico, sul quale per decenni Mosca aveva avuto controllo e autorità“. Dall’inizio degli anni ’90, “Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan hanno dovuto riadattare i propri settori energetici alle nuove dinamiche derivanti dall’acquisita indipendenza. Per i primi due decenni, questi tre Paesi hanno potuto contare sui rapporti commerciali con la Russia, declinati in compravendita di materie prime energetiche. Negli ultimi anni, invece, il riorientamento verso est ha investito anche le politiche energetiche dei Paesi centroasiatici, tradizionalmente legati all’Oriente e alla Cina, in particolare, per elementi storico-culturali condivisi”.

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Infrastrutture energetiche. Foto © Jens Freudenau da Unsplash.

Focus energia

In un anno 46.8 bcm (miliardi di metri cubi) di gas naturale sono stati esportati dalle Repubbliche centroasiatiche ai mercati della Cina, mentre solo 16.1 bcm sono stati destinati alla Russia (a cui si aggiungono 5.7 bcm di forniture interregionali)”.Prosegue Donolato: “Il progetto di costruzione del gasdotto TAPI, una linea che dovrebbe attraversare Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India prima di arrivare in Cina, seppur non interessando direttamente i territori delle ex-Repubbliche sovietiche, è vista come un’interessante opportunità per lo sviluppo della regione. Tuttavia, le previsioni indicano che il progetto potrebbe prendere forma solo nella seconda metà degli anni ’20, posticipando, dunque, il reale beneficio per i Paesi della regione e delegandolo all’ipotetica crescita di domanda cinese”. Nel frattempo, in attesa di capire quanto i mercati cinesi attireranno le risorse centroasiatiche nel prossimo futuro, gli attori regionali cercano di muoversi su più fronti. Nel biennio scorso, per esempio, il Tajikistan ha portato avanti un progetto di grande portata quale la costruzione di un’imponente centrale idroelettrica, che il governo di Dušanbe intende utilizzare come vettore per lo sviluppo economico e per lo sblocco del potenziale energetico del Paese. L’Uzbekistan, similmente al Kazakhstan, punta allo sviluppo del settore di raffinazione dei prodotti petroliferi, grazie al quale il Paese potrebbe trarre maggiore vantaggio economico rispetto alla tradizionale esportazione di idrocarburi. Lo stesso principio è applicato al gas, la cui lavorazione è, in ottica di competizione internazionale, più redditizia per Tashkent, in quanto le infrastrutture e le difficoltà logistiche non rendono il Paese un campione dell’esportazione di gas. Nel Kirghizistan, a farla da padrona è l’industria del carbone, tuttavia, negli ultimi anni il Paese ha cercato di svincolarsi da tale paradigma e puntare sulla gasificazione del settore energetico.

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Foto di Michael Parulava su Unsplash

Influenza di Mosca

“La compagnia nazionale di produzione di gas naturale kirghiza è di proprietà della russa Gazprom- sottolinea Donolato-. l’obiettivo è accelerare la gasificazione del Paese e dare nuovi stimoli agli investimenti in campo energetico. Gli interessi stranieri sulla regione, prevedibilmente, provengono da Russia e Cina. Per quanto riguarda la prima, è chiaro che il passato sovietico in comune abbia dato frutto a numerosi legami in campo energetico. Si può descrivere l’influenza di Mosca sulla regione come un approccio bidirezionale, poiché essa cambia di grado in base al Paese preso in considerazione”. Infatti, Tagikistan e Kirghizistan, i due Paesi meno ricchi di risorse, puntano molto sull’elettrificazione e la produzione di energia da fonti alternative ai tradizionali idrocarburi. Qui, l’influenza russa è più forte. Sostiene Donolato: “Deriva dal controllo che Mosca esercitava in epoca sovietica e si articola in investimenti e acquisizioni di compagnie e assets energetici. La costruzione della centrale idroelettrica in Tagikistan e l’acquisto da parte di Gazprom della compagnia del gas kirghiza sono due esempi dell’influenza russa nel settore energetico di questi due Paesi”. L’Uzbekistan, più ricco di risorse e indipendente dal punto di vista energetico, ha più spazio di manovra, in quanto detiene un settore energetico più facilmente orientabile verso mercati redditizi. In effetti, con l’ascesa della domanda energetica della Cina (prevalentemente di gas naturale, di cui è ricco l’Uzbekistan), Tashkent si è potuta svincolare, almeno in parte, dalla dipendenza dalla Russia che ne caratterizzò i rapporti durante il primo decennio di indipendenza.

 

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