SABATO 28 SETTEMBRE 2019, 19:32, IN TERRIS

AMERICA LATINA

Aborto depenalizzato in Messico

Non è più reato interrompere volontariamente la gravidanza nello Stato di Oaxaca

GIACOMO GALEAZZI
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Protesta anti-aborto a Oaxaca - Foto © Jorge Luis Plata per Reuters
Protesta anti-aborto a Oaxaca - Foto © Jorge Luis Plata per Reuters
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on 24 voti a favore e 10 contrari, i parlamentari messicani, nonostante la forte e appassionata opposizione della Chiesa cattolica, hanno detto sì all'interruzione di gravidanza entro le prime 12 settimane. In Messico, riferisce l’Agi, le attiviste festeggiano la depenalizzazione dell'aborto nello Stato meridionale di Oaxaca.  “Abbiamo fatto la storia per la dignità, i diritti e la vita delle donne di Oaxaca”, dichiara Magaly Lopez, rappresentante locale del partito del presidente Andres Manuel Lopez Obrador, ricordando che gli aborti clandestini sono la terza causa di morte nello Stato meridionale. Padre Maurizio Faggioni, frate minore e medico endocrinologo, è ordinario di bioetica all’Accademia Alfonsiana, membro della Pontificia Academia pro vita e assistente della federazione Internazionale delle associazioni dei medici cattolici. Suoi impegni prioritari sono la elaborazione e la diffusione di una cultura della vita saldamente fondata nei valori cristiani e allo stesso tempo aperta al dialogo e al confronto.


Il Magistero a difesa della vita

”L'aborto è la soppressione volontaria di una vita umana nel tempo che va dal concepimento alla nascita- spiega padre Faggioni-. Il rifiuto dell’aborto è stato sin dalle origini un tratto distintivo dei Cristiani nei confronti del mondo greco-romano in cui l’aborto era pratica diffusa”. Gli antichi difensori della fede cristiana come Tertulliano e le testimonianze della catechesi primitiva, come la Didaché, sono unanimi e decise nella condanna dell’aborto. Questa persuasione del popolo credente è così continua, unanime e universale che san Giovanni Paolo II in Evangelium vitae ne ha fatto oggetto di una dichiarazione solenne. Papa Francesco in più occasioni ha parlato dell’aborto in termini netti e inequivocabili, in piena sintonia con tutta la Tradizione della Chiesa. Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, papa Bergoglio difende la dignità e il diritto ad esistere dei nascituri: “Tra questi deboli di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo”. Un aspetto inquietante dell’aborto, sottolinea padre Faggioni, è costituito dall’aborto eugenetico, l’aborto cioè di creature che presentano malformazioni.


Rischio-eugenetica

Padre Faggioni ricorda che 2-3 nati su 100 in Italia presentano anomalie maggiori (ad esempio il labbro leporino con o senza palatoschisi o la mancanza di un arto o problemi della chiusura tubo neurale, come la spina bifida). Aggiungendo a queste anche le sindromi genetiche, le cromosomopatie (come la sindrome di Down), le malattie metaboliche e quelle da infezione contratta in gravidanza (come, un tempo, la rosolia) si giunge ad un 4-5% di anomalie congenite. Sono bambini che nasceranno con situazioni di svantaggio fisico e mentale più o meno grave e che, proprio a motivo della loro fragilità, dovrebbero essere accolti con tanto più amore e cura da parte di tutti, ma nelle nostre società fortemente competitive e ostili verso i perdenti essi non trovano spazio, in nome di quella che Francesco chiama la “cultura dello scarto”. Quindi, secondo padre Faggioni, “il programma nazista di eliminazione degli handicappati e malati di varia natura, fisica e psichica,  poi esteso a gruppi e razze ritenute indesiderabili, rivive oggi sotto nuove forme: nell’antilingua che nasconde la verità delle cose, questi aborti vengono spesso definiti terapeutici, ma è evidente che non sono per niente terapeutici perché non curano nessuno ed eliminano, invece, creature deboli e prive di difese”. L’espressione aborto terapeutico potrebbe applicarsi più propriamente a quelle interruzioni di gravidanza che sono operate per evitare gravi rischi a madri, affette, per esempio, da insufficienza renale o cardiopatia nelle quali la gravidanza determina un peggioramento delle condizioni fisiche. In questi casi l’aborto non è procurato per un rifiuto del bambino, ma per evitare rischi seri alla madre, però aborto resta. 


Il ruolo dei medici

“Il medico di buona coscienza, però si comporta diversamente: egli non antepone una vita all’altra, ma si prende cura di entrambe e, servendosi dei mezzi odierni di terapia e monitoraggio, porta avanti la gravidanza per quanto possibile, anticipando il parto quando il feto sia in grado di vivere autonomamente- precisa padre Faggiani-.Diverso il caso che un aborto conseguisse, come effetto collaterale grave e non voluto, a un intervento terapeutico posto per curare una patologia, come potrebbe essere una chemioterapia per un tumore. La perdita del bambino non sarebbe da attribuirsi ad un atto volontario di soppressione. Ancora diverso il caso in cui non ci fosse il dilemma “o la mamma o il bambino”, ma purtroppo il bambino non fosse salvabile in nessun modo, come per una gestosi ribelle alle terapie: l’anticipo del parto, anche in tempi non sufficiente maturità del feto, si presenta allora come l’unico bene possibile”. Tra le situazioni drammatiche nelle quali si prospetta l’aborto volontario c’è l’aborto dopo stupro. “In pace, in guerra, dopo violenza su donna non consenziente, dopo atto sessuale estorto a donna mentalmente handicappata: tante storie e tanto dolore- puntualizza padre Faggiani-. Nessuno vuole ergersi ad accusatore di donne terrorizzate e umiliate che vivono una gravidanza possibile o in atto come un prolungarsi della violenza invasiva dello stupratore, ma  non possiamo chiudere gli occhi di fronte ad una verità: la soppressione di questa creatura, indesiderata e concepita in un modo indegno della persona, è una violenza che si aggiunge ad una violenza. In questi frangenti diventa essenziale il consiglio e il sostegno di persone competenti e generose. Ho delineato alcune situazioni delicate che chiedono di essere affrontate con misericordia, delicatezza e saggio discernimento, ma sia chiaro che in nessuna situazione la coscienza dei credenti può giustificare o approvare la soppressione volontaria di una vita umana che, fragile e innocente, è affidata alle nostre mani”.


12° settimana

Dunque lo Stato messicano di Oaxaca, nel sud del Paese, è diventato il secondo del Messico a depenalizzare l'aborto. Il Parlamento locale ha approvato la misura al termine di una seduta molto intensa spesso interrotta da urla di attivisti di entrambe le parti. Manifestanti sono scesi per le strade davanti alla sede del Parlamento, indossando bandane verdi al collo e ai polsi, simbolo internazionale della lotta per la legalizzazione dell'aborto. "Dobbiamo abortire, dobbiamo abortire questo sistema patriarcale", urlavano decine di donne in festa. Con meno fervore, alcuni uomini di gruppi anti aborto definivano le donne "assassine", mentre altri dimostranti portavano croci e poster e pregavano affinché i parlamentari difendessero "la vita, Dio e i comandamenti". La legge che è stata approvata, evidenzia LaPresse, consente l'aborto, su richiesta delle donne, fino alla 12° settimana di gravidanza. È in linea con la legge introdotta nel 2007 a Città del Messico. Negli altri 30 Stati messicani, l'aborto è permesso solo in caso di stupro o minaccia per la vita della madre. Nella città di Guanajuato, nel centro del Paese, l'aborto è illegale ed è prevista una pena massima di 30 anni di carcere.

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