Tumore all’ovaio: l’instabilità dei cromosomi prevede il rischio di recidive

Marchini: "Queste conoscenze possono fornirci elementi per sviluppare nuovi metodi diagnostici e applicazioni terapeutiche"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:08

Il grado di instabilità del DNA che caratterizza le cellule del tumore all’ovaio è in grado di fornire informazioni importanti sulla prognosi della malattia ed essere un parametro importante per indirizzare la scelta delle terapie, indicando per esempio se sia possibile evitare la chemioterapia. È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori di Humanitas pubblicati sull’European Journal of Cancer. La ricerca è stata sostenuta da Fondazione Alessandra Bono Onlus e da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro.

Lo studio sul tumore all’ovaio

I ricercatori hanno analizzato i campioni prelevati da 205 pazienti con tumore all’ovaio in stadio iniziale, indagando con un metodo di genomica ‘a bassa profondità’, che guarda i cromosomi senza scendere nel dettaglio della singola mutazione: “I risultati ottenuti nello studio hanno evidenziato una caratteristica biologica importante del tumore all’ovaio: l’instabilità cromosomica”, spiega Maurizio D’Incalci, a capo del laboratorio di Farmacologia antitumorale di Humanitas e docente di Humanitas University.

“Non tutti i casi sono però uguali: ci sono casi con cromosomi altamente instabili, casi con cromosomi moderatamente instabili e casi con cromosomi stabili. Questi ultimi hanno una prognosi più favorevole e hanno una bassa probabilità di dare recidive”.

Secondo i ricercatori – evidenzia Ansa – la conoscenza dell’instabilità cromosomica, insieme ai dati istopatologici e clinici, potrebbe essere utile per migliorare la valutazione del rischio di recidiva in ciascun paziente e, quindi, contribuire a scegliere la terapia migliore. Per esempio, se il rischio di recidiva è molto basso, si può pensare di evitare la chemioterapia dopo l’intervento chirurgico.

La ricerca si è focalizzata principalmente sui casi di tumore ovarico al primo stadio: “Studiare un tumore al primo stadio è importante per cogliere le alterazioni iniziali che sono essenziali per lo sviluppo della malattia”, spiega Sergio Marchini, responsabile del Laboratorio di Farmacologia Molecolare e dell’Unità Genomica di Humanitas e tra gli autori dello studio. “Queste conoscenze possono fornirci elementi per sviluppare nuovi metodi diagnostici e applicazioni terapeutiche”.

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