Virginia, la paura per la quotidianità perduta

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Covid Virginia

Virginia ha scritto sul suo blog che da tempo non esce di casa e che si sta abituando alla vita comoda in tuta, isolata dagli altri, protetta. Ha scritto di aver intuito che così non andava bene e perciò al mattino dopo si è lavata i capelli, si è vestita come non faceva da tempo ed è uscita per comperare un libro. Virginia ha avvertito la scomodità dei vestiti, delle scarpe, del camminare a piedi. Si è resa conto che stava perdendo i suoi riferimenti perché stava cambiando le abitudini. Ha deciso di passeggiare in riva al mare e di sedere su una panchina a leggere.

Una signora anziana le si avvicina mentre legge e contempla ad alta voce la bella giornata. Virginia risponde distrattamente ma si rende conto che la signora è seduta abbastanza vicino da poterla quasi toccare, che d’un tratto la invita a voltarsi per osservare una bella Ferrari che si era parcheggiata alle sue spalle. Virginia istintivamente si ritrae, prende la borsa che aveva appoggiato, la stringe a sé e si volta, timorosa di un tranello per rubarle la borsa. Ma vede che la Ferrari c’era, era bella. Virginia volge lo sguardo alla anziana donna che coglie il suo spavento e si scusa. Voleva solo chiacchierare. Virginia scrive di aver avuto vergogna del proprio gesto, di aver avuto paura di un’anziana signora, di sentirsi cambiata per aver perso l’abitudine agli altri. Virginia coglie che la chiusura forzata in casa, che le ha introdotto la comodità di stare da sola, in realtà la sta allontanando dagli altri. Virginia capisce che occorre tornare ad amare gli altri.

Virginia ha colto il senso del pericolo di questa assurda situazione di isolamento: allontanarsi dagli altri, poterne fare a meno, privarsi del loro calore, degli affetti, delle gioie che discendono dalle relazioni. Virginia sa che le persone sono sociali, che amano vedersi, toccarsi, giocare, scherzare, ascoltarsi, condividere, confrontarsi, magari litigare, entrare in disaccordo, muoversi, vivere. Virginia ha sentito dentro di sé che senza gli altri la vita si dissuefà, evapora, perde non solo gusto sapore e colore ma anche significato. Virginia ha avvertito il pericolo, ha intuito che su questa strada la persona abbrutisce perché si innesca una perfida spirale all’inverso che allontana sempre di più, che la paura dell’altro diventa fobia, che diventa reciproca, che la chiusura in se stessi diviene irreversibile.

Virginia ha paura di questo, non degli altri, Virginia ha paura di come si sta trasformando, ha paura di diventare insensibile, di rintanarsi in un’esistenza misera, priva di spirito, priva di gioia: cosa darà mai più la gioia se il contatto con gli altri svanisce, se il rapporto con gli altri diventa rarefatto o passa attraverso le fredde tastiere che inducono ai social. Virginia capisce che anche questo vocabolo è fallace, perché non c’è nulla di più asociale che stare da soli con un telefono a scrivere messaggi, perché tra i due messaggi scambiati non c’è alcun calore umano.

Virginia incide dischi ma vive sul palco, vuole il suo pubblico, ha bisogno di darsi a chiunque ascolti le sue canzoni, di dare tutta se stessa a chi è lì a sentire il suo impulso palpitante di emozioni, Virginia deve stabilire quel contatto tra l’artista ed il pubblico, Virginia canta per il suo pubblico. Virginia ama il suo pubblico, vive per il suo pubblico. Virginia ha bisogno di emozionarsi, di sudare, di sforzarsi, di spingere la sua voce a vocalità estreme perché lei entra nella musica mentre la voce fuoriesce dalle sue viscere, Virginia è viva, Virginia vuole vivere, vuole che viva il suo pubblico.

E il pubblico vuole Virginia, non si accontenta di acquistare i suoi dischi, vuole vederla cantare dal vivo, comincia ad avere la sensazione che questa opzione sta scomparendo, ha bisogno del suo calore, l’una dell’altro, perché sono una sola cosa. Virginia intuisce il pericolo. Ha capito che senza spettacoli dal vivo non ci saranno più cantanti, non ci sarà più musica. Senza le serate sul palco non avrà senso parlare di abiti, di moda. Senza le serate anche i ristoratori non cucineranno più. Le eccellenze italiane della moda, della musica e della gastronomia sono eclissate, vanificate. Si farà tutto al computer, con internet, in televisione. Senza pubblico, senza anima, senza artisti.

Virginia sa che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa perché sa che Giorgio Agamben è un filosofo attento alle profondità dell’uomo. Virginia sa che la vita nuda deve essere vissuta fino in fondo con la forza che proviene da dentro. Virginia sa che la paura ti uccide, Virginia non ha paura.

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